04/02/2026
I PALMENTI RUPESTRI A CASTIGLIONE
Nel cuore della Valle dell'Alcantara, dove le pendici dell'Etna incontrano orizzonti millenari, si nascondono i palmenti rupestri.
Queste strutture, scavate direttamente nei banchi di roccia arenaria o lavica, sono i testimoni silenziosi di una viticoltura "eroica" che risale a secoli fa.
Non semplici vasche, ma veri ingegni di ingegneria contadina: un sistema a cascata dove la forza di gravità permetteva al mosto di fluire dalla vasca di pigiatura a quella di fermentazione.
Erano situati direttamente nei vigneti per minimizzare il trasporto dell'uva.
La pigiatura avveniva a piedi nudi; il mosto scorreva attraverso fori nella roccia verso vasche inferiori.
Quel foro che vedi nella roccia, spesso situato lateralmente o in posizione rialzata rispetto alla vasca di pigiatura, è il fulcro di una delle macchine più affascinanti della tecnologia contadina: il torchio a leva orizzontale.
Dopo la prima pigiatura a piedi, che estraeva il mosto fiore (il più pregiato), l'uso della leva permetteva di recuperare il vino rimanente nelle bucce. Era un lavoro faticoso e collettivo: i contadini dovevano sollevare e posizionare la trave, che poteva essere lunga anche 5 o 6 metri, e manovrare il sistema di pesi con precisione per non rompere il legno.
Ecco come funzionava.
Il buco che vedi nella parete di roccia serviva a ospitare la parte terminale di una lunghissima trave di legno (spesso di quercia o castagno), chiamata briccola o lingua. La roccia fungeva da punto d'appoggio inamovibile. Inserire la leva direttamente nella roccia viva permetteva di esercitare pressioni enormi che avrebbero distrutto qualsiasi muro a secco artificiale.
La Pressatura: Sotto la trave, all'interno della vasca, venivano accumulate le vinacce già pigiate a piedi. Queste venivano coperte con assi di legno robuste per distribuire la pressione.
All'estremità opposta della trave, quella lontana dal buco, veniva appeso un grosso peso (spesso una pietra forata chiamata contrappeso). In molti casi, si utilizzava una vite in legno o pietra che, girata manualmente, "tirava" la trave verso il basso, schiacciando le vinacce con una forza di diverse tonnellate.
Osservarli oggi significa toccare con mano l'origine profonda del legame tra l'uomo e la vite in questo lembo di Sicilia.
La viticoltura in quest'area ha radici profonde. Furono probabilmente i Greci a introdurre tecniche avanzate di coltivazione, ma è nel periodo medievale e moderno che i palmenti rupestri (come quelli in foto) videro il loro massimo utilizzo.
Tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900, il territorio di Castiglione divenne una vera "fabbrica del vino". Le grandi famiglie nobiliari e la nascente borghesia agricola costruirono palmenti monumentali all'interno di maestose ville e casali. In questo periodo, il vino dell'Etna veniva esportato in tutta Europa, spesso usato come vino "da taglio" per rinforzare i vini francesi grazie alla sua alta gradazione e acidità.
Dopo un periodo di abbandono a metà del XX secolo, causato dall'esodo rurale, Castiglione di Sicilia è diventata oggi il fulcro della DOC Etna.
Il territorio ospita alcune delle cantine più prestigiose al mondo.
I Protagonisti: Il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio (per i rossi) e il Carricante (per i bianchi) sono i vitigni sovrani.
La particolarità odierna risiede nelle "Contrade": ogni colata lavica e ogni altitudine conferiscono al vino un sapore unico.
Promotore Enrico Geremia