06/05/2025
Oggi si apre la mostra del World Press Photo a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni. Durerà fino all'8 giugno.
Ieri ho potuto partecipare all'anteprima e vi scrivo le mie impressioni di getto, mostrandovi le foto che ho fatto col telefono alle immagini che mi hanno più colpito.
Per chi si occupa di fotografia, poco importa se per passione o lavoro, il World Press Photo è un appuntamento irrinunciabile. Perciò il mio consiglio è di andarci, andarci e basta. Guardarsi le foto sul web o sul catalogo non è la stessa cosa.
Tutte insieme, le fotografie esposte compongono una massa d'urto non indifferente sui nostri stomaci e questo è bene. La selezione, quando non censura, con cui consapevolmente o meno le notizie giungono a noi rendono il compito del giornalismo - fotogiornalismo compreso - doveroso e prezioso. Pur con lo sguardo chino sui nostri telefonini, molte cose noi non le sappiamo o quantomeno non in modo completo e oggettivo.
Quindi preparatevi. La mostra è una rassegna di corpi feriti o mutilati o ammazzati, esplosioni, spaventose siccità o alluvioni ecc. e, se va bene, solitudini e desolazioni. Questa è la fotografia al World Press, perché questo (viene da dire) è il mondo. Nulla da eccepire, anzi applausi all'indipendenza degli organizzatori (finanziati da istituzioni pubbliche come le Poste olandesi, l'Europa civile sapete, quelle robe lì...).
Ciò detto, da fotografo aggiungo che la rivoluzione del concorso avviata da qualche anno soprattutto per renderlo davvero internazionale (WORLD Press Photo) - e quindi evitare che a vincere fossero soprattutto fotografi europei e americani - ha lasciato sul campo qualche conseguenza spiacevole. E cioè soprattutto la perdita di quella varietà del racconto del mondo che scaturiva dalla presenza di tante diverse categorie (cronaca, ritratto, ambiente, sport e via elencando) e che offriva alla nostra attenzione e riflessione storie ugualmente terribili e/o meravigliose, in ogni caso meritevoli di un riflettore così potente. Ora tutto questo non c'è più, sopraffatto da tutti gli orrori di cui è capace la nostra bella specie e che comprensibilmente più impattano sulle giurie.
Restano alcune briciole come, per esempio, il magnifico lavoro sulla badante della madre ad opera di una fotografa portoghese; il surfista che vola sul mare polinesiano; gli improbabili corrieri che trasportano elettrodomestici a spalla sulle montagne del Kurdistan.
Interessante che ad offrire più spazio alla fotografia-fotografia, capace cioè di letture più complesse e stratificate, siano i premi alle foto singole. Dove ho trovato più di un capolavoro, dalla bambina ucraina pietrificata dal terrore nel suo letto ai libanesi a testa in su timorosi dei droni nelle strade di Beirut, alla ragazza sguardo-da-Gioconda il cui cambio di sesso è certificato da una lunga cicatrice che attraversa il petto.
W la fotografia, W il World Press Photo.