18/03/2026
OLTRE IL COLPO D’OCCHIO
Ero seduto a un tavolino fuori da un bistrot, a Parigi.
Proprio quelle sedie allineate sul marciapiede, così naturali da sembrare inevitabili, sono in realtà una costruzione: a un certo punto, nella storia di questa città, con i grandi interventi urbanistici dell’Ottocento si è deciso di allargarne le strade, e così i marciapiedi si sono riempiti di sedie e tavolini, cambiando per sempre il modo di viverla.
La gente passava a pochi centimetri dalle mie ginocchia, attraversando la strada senza quasi accorgersi della mia presenza.
Senza volerlo, mi sono ritrovato a osservare quella scena con un’attenzione quasi da Émile Zola, come se ogni gesto avesse qualcosa da rivelare.
Sorseggiavo una birra e, senza uno sforzo preciso, mi sono ritrovato a immaginare una scena: un uomo attraversa un punto poco profondo di un fiume, con l’acqua che gli arriva appena sopra le caviglie. Si ferma un attimo, guarda dove mettere i piedi, procede e passa dall’altra parte. Niente di particolare. Poi per qualche motivo torna indietro, rifà lo stesso percorso, nello stesso punto. Solo che non è più lo stesso. L’acqua si è mossa, il fondo è leggermente cambiato, la posizione dei piedi non è identica. Anche il corpo, nel ricompiere queli gesto, non è più esattamente lo stesso di prima. Il passaggio è simile, ma non coincide. Non c’è nulla di straordinario in questa scena, eppure dentro c’è qualcosa che non si ripete. È una cosa che accade continuamente, ovunque, fuori da quel bistrot in quella giornata primaverile parigina, come in ogni altra parte del mondo.
Ogni gesto, anche il più banale, esiste una volta sola nella forma precisa in cui avviene.
Nel mio mestiere di cameraman scene e pensieri simili le assecondo. Seguo una situazione, la registro nel suo svolgersi. Nella fotografia no.
Nella fotografia devo decidere dove stare, devo scegliere quel punto lì, dentro qualcosa che continua a scorrere e accettare che tutto il resto vada perso. Fa parte del cosiddetto colpo d’occhio: non solo vedere, ma riconoscere, dentro il movimento continuo delle cose, il momento in cui ha senso fermarsi e avere la lucidità di farlo.
Non tutto “merita” di essere ripreso, è una cosa che ho imparato di volta in volta, ma non in modo teorico. Piuttosto stando dentro le situazioni, lavorando, osservando. La maggior parte delle volte guardo una scena e non faccio nulla. Non perché non sia interessante in senso generale, ma perché non ha ancora preso una forma.
Questo avviene molto velocemente, entro in uno spazio, sia esso una strada, una piazza, un interno, e nel giro di pochi istanti faccio una valutazione. Non è un ragionamento strutturato, non c’è una lista mentale di criteri. È qualcosa di più immediato, una lettura complessiva. Capisco se c’è qualcosa oppure no. Se non c’è, passo oltre.
Se c’è, resto.
Questo modo di stare dentro la scena non nasce dalla fotografia; la mia formazione è quella del cameraman, ed è lì che ho imparato davvero a osservare. Il video ti costringe a confrontarti con il tempo in modo continuo. Non puoi isolare un istante, devi seguire, anticipare, restare dentro a ciò che accade. Devi capire se qualcosa sta per succedere oppure se non succederà nulla. È una questione di ritmo, prima ancora che di immagine.
Col tempo sviluppi una sensibilità per l’azione, riconosci quando una situazione è vuota e quando invece è sul punto di cambiare. E questa capacità resta, anche quando prendi in mano una macchina fotografica.
Solo che a un certo punto succede qualcosa. Perché la fotografia, rispetto al video, è una “rottura. Nel video segui il flusso, nella fotografia lo interrompi; o meglio, scegli un punto preciso in cui decidere che quel flusso, per te, ha senso fermarlo lì. È una scelta più drastica.
Significa rinunciare a tutto ciò che viene prima e a tutto ciò che viene dopo. Significa dire “questo è il momento”. Non un secondo prima, non un secondo dopo.
Ed è qui che il colpo d’occhio cambia natura, non è più solo riconoscere se c’è qualcosa, è decidere quando quella cosa diventa significativa.
A volte succede in modo quasi automatico, altre volte no. Ci sono situazioni in cui resti fermo, osservi, aspetti, e continui a non scattare perché senti che manca ancora qualcosa. Poi, all’improvviso, succede.
Un gesto minimo. Uno spostamento.
Un allineamento imprevisto tra elementi che fino a un attimo prima non avevano alcun rapporto. E lì capisci che è il momento, e non perché sia perfetto, ma perché è coerente.
La cosa interessante è che questa decisione avviene dentro un flusso che non si ferma mai. Anche quando scelgo di scattare, tutto continua a muoversi, a cambiare, a trasformarsi.
Da questo punto di vista, la fotografia non blocca davvero il tempo, non ne ha il potere, ma fa qualcosa di diverso: seleziona, isola, prende una porzione di realtà che esiste solo in quel preciso istante e la separa da tutto il resto.
Questo, è qualcosa che ho capito e sto continuando a capire meglio, non necessariamente mentre lavoro, ma in momenti completamente ordinari. Da quel momento ho iniziato a raccogliere pezzi, senza sapere esattamente cosa stessi cercando.
Poi, a un certo punto, la domanda è diventata chiara. Perché?