I quaderni di Claudio Perugini operatore

I quaderni di Claudio Perugini operatore 🎥 Cameraman
🗺️ Esploratore
🌏 Alla ricerca di storie nascoste nei volti e nei luoghi
✍️ Questa è la mia rotta: reale come una missione, sospesa come un sogno.

OLTRE IL COLPO D’OCCHIOEro seduto a un tavolino fuori da un bistrot, a Parigi.Proprio quelle sedie allineate sul marciap...
18/03/2026

OLTRE IL COLPO D’OCCHIO

Ero seduto a un tavolino fuori da un bistrot, a Parigi.
Proprio quelle sedie allineate sul marciapiede, così naturali da sembrare inevitabili, sono in realtà una costruzione: a un certo punto, nella storia di questa città, con i grandi interventi urbanistici dell’Ottocento si è deciso di allargarne le strade, e così i marciapiedi si sono riempiti di sedie e tavolini, cambiando per sempre il modo di viverla.
La gente passava a pochi centimetri dalle mie ginocchia, attraversando la strada senza quasi accorgersi della mia presenza.
Senza volerlo, mi sono ritrovato a osservare quella scena con un’attenzione quasi da Émile Zola, come se ogni gesto avesse qualcosa da rivelare.
Sorseggiavo una birra e, senza uno sforzo preciso, mi sono ritrovato a immaginare una scena: un uomo attraversa un punto poco profondo di un fiume, con l’acqua che gli arriva appena sopra le caviglie. Si ferma un attimo, guarda dove mettere i piedi, procede e passa dall’altra parte. Niente di particolare. Poi per qualche motivo torna indietro, rifà lo stesso percorso, nello stesso punto. Solo che non è più lo stesso. L’acqua si è mossa, il fondo è leggermente cambiato, la posizione dei piedi non è identica. Anche il corpo, nel ricompiere queli gesto, non è più esattamente lo stesso di prima. Il passaggio è simile, ma non coincide. Non c’è nulla di straordinario in questa scena, eppure dentro c’è qualcosa che non si ripete. È una cosa che accade continuamente, ovunque, fuori da quel bistrot in quella giornata primaverile parigina, come in ogni altra parte del mondo.
Ogni gesto, anche il più banale, esiste una volta sola nella forma precisa in cui avviene.
Nel mio mestiere di cameraman scene e pensieri simili le assecondo. Seguo una situazione, la registro nel suo svolgersi. Nella fotografia no.
Nella fotografia devo decidere dove stare, devo scegliere quel punto lì, dentro qualcosa che continua a scorrere e accettare che tutto il resto vada perso. Fa parte del cosiddetto colpo d’occhio: non solo vedere, ma riconoscere, dentro il movimento continuo delle cose, il momento in cui ha senso fermarsi e avere la lucidità di farlo.

Non tutto “merita” di essere ripreso, è una cosa che ho imparato di volta in volta, ma non in modo teorico. Piuttosto stando dentro le situazioni, lavorando, osservando. La maggior parte delle volte guardo una scena e non faccio nulla. Non perché non sia interessante in senso generale, ma perché non ha ancora preso una forma.
Questo avviene molto velocemente, entro in uno spazio, sia esso una strada, una piazza, un interno, e nel giro di pochi istanti faccio una valutazione. Non è un ragionamento strutturato, non c’è una lista mentale di criteri. È qualcosa di più immediato, una lettura complessiva. Capisco se c’è qualcosa oppure no. Se non c’è, passo oltre.
Se c’è, resto.
Questo modo di stare dentro la scena non nasce dalla fotografia; la mia formazione è quella del cameraman, ed è lì che ho imparato davvero a osservare. Il video ti costringe a confrontarti con il tempo in modo continuo. Non puoi isolare un istante, devi seguire, anticipare, restare dentro a ciò che accade. Devi capire se qualcosa sta per succedere oppure se non succederà nulla. È una questione di ritmo, prima ancora che di immagine.
Col tempo sviluppi una sensibilità per l’azione, riconosci quando una situazione è vuota e quando invece è sul punto di cambiare. E questa capacità resta, anche quando prendi in mano una macchina fotografica.
Solo che a un certo punto succede qualcosa. Perché la fotografia, rispetto al video, è una “rottura. Nel video segui il flusso, nella fotografia lo interrompi; o meglio, scegli un punto preciso in cui decidere che quel flusso, per te, ha senso fermarlo lì. È una scelta più drastica.
Significa rinunciare a tutto ciò che viene prima e a tutto ciò che viene dopo. Significa dire “questo è il momento”. Non un secondo prima, non un secondo dopo.
Ed è qui che il colpo d’occhio cambia natura, non è più solo riconoscere se c’è qualcosa, è decidere quando quella cosa diventa significativa.
A volte succede in modo quasi automatico, altre volte no. Ci sono situazioni in cui resti fermo, osservi, aspetti, e continui a non scattare perché senti che manca ancora qualcosa. Poi, all’improvviso, succede.
Un gesto minimo. Uno spostamento.
Un allineamento imprevisto tra elementi che fino a un attimo prima non avevano alcun rapporto. E lì capisci che è il momento, e non perché sia perfetto, ma perché è coerente.
La cosa interessante è che questa decisione avviene dentro un flusso che non si ferma mai. Anche quando scelgo di scattare, tutto continua a muoversi, a cambiare, a trasformarsi.
Da questo punto di vista, la fotografia non blocca davvero il tempo, non ne ha il potere, ma fa qualcosa di diverso: seleziona, isola, prende una porzione di realtà che esiste solo in quel preciso istante e la separa da tutto il resto.
Questo, è qualcosa che ho capito e sto continuando a capire meglio, non necessariamente mentre lavoro, ma in momenti completamente ordinari. Da quel momento ho iniziato a raccogliere pezzi, senza sapere esattamente cosa stessi cercando.
Poi, a un certo punto, la domanda è diventata chiara. Perché?

QUADERNI GIAPPONESI. IL SOGNO ELETTRICO: TOKYOTokyo è l’anima pop, elettrica, febbrile del Giappone. Eppure i suoi spiri...
22/12/2025

QUADERNI GIAPPONESI. IL SOGNO ELETTRICO: TOKYO

Tokyo è l’anima pop, elettrica, febbrile del Giappone. Eppure i suoi spiriti, nascosti tra i neon, sopravvivono come un’eco sommersa.
È una città che non separa più il mito dal quotidiano, ma li fa convivere in ogni semaforo, in ogni vetrina.
Se Kyoto mi ha mostrato l’origine e Hiroshima la rinascita, Tokyo è la trasformazione perpetua, il luogo in cui il divino cambia forma, si reinventa, si traveste, ma non smette mai di pulsare sotto la pelle del presente.

Coerentemente con le altre tappe del viaggio, anche qui ho cercato di leggere la dimensione spirituale della città.
Nonostante questo, la nostra attenzione, la mia e quella di Eleonora, è stata inevitabilmente attratta dal ritmo, dalla tecnologia, dal gioco continuo dei riflessi urbani.
Tokyo, in fondo, è il luogo dove gli dèi si sono digitalizzati, ma non hanno smesso di sussurrare.
Non esiste un solo kami dominante, c’è piuttosto una moltitudine di spiriti che si muovono nei quartieri come correnti elettriche, ognuno portatore di un volto, di un’emozione, di un riflesso.
È una metropoli costruita sulle rovine di incendi, terremoti e guerre.
Eppure, ogni volta, risorge, come un kami dell’adattamento.
Va interpretata come un sogno che si ripete a velocità diverse, un insieme di mondi autonomi, dove ogni quartiere diventa un linguaggio visivo a sé, e dove convivono aspetti della vita solo in apparenza inconciliabili.
Asakusa, per esempio, rappresenta il tempo immobile, l’identità che resiste dentro una città che cambia; Ueno la memoria e il movimento, la doppia esposizione tra cultura e quotidiano popolare; Akihabara il teatro dell’immagine, il simbolismo pirandelliano, l’io riflesso nel consumo dell’immagine; Shinjuku la molteplicità, e Shibuya la sincronia umana nel disordine; Roppongi la verticalità come tensione spirituale, grattacieli come pagode di vetro; Yanaka la nostalgia, la sopravvivenza dell’anima nel quotidiano, e così via…

Camminare, respirare, osservare.
A Tokyo il disordine non va temuto, dentro vi si nasconde un filo narrativo, e talvolta anche un riflesso di sé, intravisto nella luce di un distributore automatico, a tarda sera, mentre si rientra.
È lì che il viaggio, senza dichiararlo, trova una forma diversa di quiete.

QUADERNI GIAPPONESI. LA FORMA DELLO SGUARDO: KYOTOArrivare a Kyoto dopo Hiroshima è come attraversare una soglia del tem...
16/12/2025

QUADERNI GIAPPONESI. LA FORMA DELLO SGUARDO: KYOTO

Arrivare a Kyoto dopo Hiroshima è come attraversare una soglia del tempo. Non un semplice viaggio in treno, ma una transizione. Il ritmo che rallenta, la memoria che si fa più f***a, la luce che torna a filtrare tra ombre antiche. Kyoto accoglie con una calma che non è quiete, ma sospensione. Qui tutto sembra in bilico tra la storia e la sua eco. Appena fuori dalla stazione il contrasto è netto, la modernità giapponese vibra nei palazzi, nei tram, nelle insegne. Ma basta deviare di poco, inoltrarsi tra vicoli e sentieri, per ritrovare il respiro di un altro mondo. È una città che non esibisce il proprio passato, lo lascia affiorare, come un ricordo che riaffiora solo a chi sa attendere.
Capitale imperiale per più di mille anni, Kyoto è la matrice spirituale del Giappone, il luogo dove la cultura si è fatta rito, e il rito forma di bellezza. Qui l’ordine non è imposizione, ma cura. Il paesaggio non domina, ma si accorda. È una città costruita sul principio dell’equilibrio, dove il silenzio ha lo stesso peso della parola e la luce filtra come una voce che si abbassa per rispetto.

È proprio questo equilibrio, fragile e prezioso, che oggi sembra messo alla prova.
Anche noi eravamo qui come visitatori, come stranieri che attraversano un luogo che non gli appartiene. Non mi sento esterno al fenomeno, né migliore. La differenza non sta nell’esserci, ma nel modo in cui si guarda. Camminando per Kyoto diventa difficile ignorare una frizione sempre più evidente, non tanto il numero di presenze, quanto la velocità con cui la città viene consumata. Templi, strade, rituali ridotti a immagini da attraversare in fretta, sfondi da confermare più che luoghi da abitare, anche solo per pochi minuti.
Il turismo non è il problema in sé. Lo è quando smette di essere incontro e diventa accumulo, quando lo sguardo arriva già saturo di immagini e non lascia spazio a ciò che il luogo potrebbe ancora dire. Prima di questo viaggio ho letto articoli, analisi e riflessioni su questo fenomeno, ma viverlo direttamente restituisce una sensazione più netta. Kyoto, più di altre città giapponesi, sembra pagare il prezzo più alto. Una bellezza raffinata, esposta senza filtri, trattata sempre più come attrazione e sempre meno come presenza viva.
Eppure, basta davvero deviare di poco, rallentare, accettare di non vedere tutto, per ritrovare una Kyoto che resiste. Non contro i visitatori, ma contro la superficialità dello sguardo. Nei quartieri laterali, nei gesti misurati, nelle architetture che non chiedono attenzione, riaffiora ancora il sapore della vecchia capitale. Una città che non si concede facilmente, ma che continua a parlare a chi è disposto ad ascoltare. Ed è forse proprio lì, in quella voce bassa e ostinata, che Kyoto custodisce ancora la sua forza più autentica.

QUADERNI GIAPPONESI. LA SOGLIA DELL’ACQUA: ITSUKUSHIMAHiroshima, più di ogni altro luogo, incarna il ciclo della distruz...
14/12/2025

QUADERNI GIAPPONESI. LA SOGLIA DELL’ACQUA: ITSUKUSHIMA

Hiroshima, più di ogni altro luogo, incarna il ciclo della distruzione e della rinascita. I suoi santuari, spesso ricostruiti, custodiscono una memoria purificata dal dolore e una devozione che ha imparato la pazienza del silenzio. Qui il culto si fa atto di resilienza.
Il santuario di Itsukushima sorge sull’isola di Miyajima ed è dedicato a tre divinità femminili, le Tre Dee di Munakata: Ichikishimahime, Tagorihime e Tagitsuhime, kami legati al mare, ai passaggi e alla protezione dei viaggi. Secondo la tradizione shintoista, l’isola era considerata interamente sacra, per questo il santuario non doveva “toccare” la terra, ma galleggiare sull’acqua, come sospeso tra mondo umano e mondo divino.
La forma attuale risale in gran parte al XII secolo, sotto il clan Taira, che trasformò un luogo di culto antico in uno spazio rituale raffinato, pensato per essere raggiunto via mare, come un ingresso graduale nel sacro.
Il celebre torii rosso, posto davanti al santuario, non è un portale monumentale ma una soglia, e segna il confine invisibile tra il profano e il sacro, tra ciò che si attraversa e ciò che si può solo avvicinare. È l’immagine più celebre: all’alta marea sembra galleggiare, alla bassa si può camminare fino alle sue basi, e si dice che le maree obbediscano ancora alle tre divinità.

Ci svegliamo presto, con il ricordo del primo giorno ancora presente negli occhi. La città ci accompagna silenziosa mentre ci dirigiamo verso la stazione centrale; il tram per Miyajima è già pronto e ci accompagnerà per quasi un’ora attraverso la città e la sua periferia. Hiroshima non esiste senza Miyajima, e sento che questo viaggio nel viaggio diventerà già parte del rito, un passaggio tra il peso della memoria e la leggerezza del respiro nuovo.
Come viandante e osservatore, qui trovo la dimensione dello yūgen, la bellezza misteriosa che si intravede, ma non si afferra.
Il cielo è coperto, di quel grigio che non promette pioggia ma nemmeno aperture, il torii è nell’acqua, ma non del tutto separato dalla terra. Una condizione intermedia. Il santuario non galleggia, né affonda. Sta.
Camminando sulle passerelle di legno si ha la sensazione che il luogo sia in attesa, come se stesse trattenendo il respiro. Niente enfasi, niente epifanie. Solo un equilibrio provvisorio tra mare e suolo, tra sacro e quotidiano.
Forse è questo che mi ha colpito di più, non l’immagine iconica, ma l’assenza di spettacolo. Il sacro qui non si manifesta, si lascia attraversare.
Dopo pranzo, torniamo verso Hiroshima. Battello, poi di nuovo a ritroso la lunga tratta in tram, tra colline e sobborghi. Mi soffermo a osservare il paesaggio: case, ponti, alberi che mutano lentamente colore, come a ricordarmi che la rinascita è lenta, discreta, ma costante.

Il treno serale per Kyoto ci attende. Saliamo, il respiro della città lentamente si allontana. Il cuore è pieno di immagini, sensazioni e pensieri. Hiroshima si chiude dietro di noi con la leggerezza del rispetto, con la densità della memoria e la delicatezza della rinascita. I due giorni hanno lasciato tracce di luce, di silenzio e di vita, e so che continueranno a parlare dentro di me molto dopo il mio arrivo a Kyoto.

Annotazione n.17
“Dove il fuoco ha distrutto, l’acqua ha ricominciato a scorrere.”
I kami di Hiroshima parlano di trasmutazione, dal dolore alla grazia, dalla perdita alla protezione, dall’ira alla compassione.
È una costellazione di purificazione, in cui il mio occhio trova la pace del testimone che osserva il mondo rinascere.

Ph. Claudio Perugini

QUADERNI GIAPPONESI. THE SOUND OF SILENCE: HIROSHIMAPartiamo da Osaka all’alba. Lo Shinkansen sfreccia tra le colline, i...
04/12/2025

QUADERNI GIAPPONESI. THE SOUND OF SILENCE: HIROSHIMA

Partiamo da Osaka all’alba. Lo Shinkansen sfreccia tra le colline, il cielo ancora chiaro si sfuma in tonalità di grigio e rosa. Mi sorprende la leggerezza del viaggio, quel senso di sospensione tra la città che lasciamo e quella che ci aspetterà. Ogni stazione attraversata sembra segnare un piccolo tempo intermedio, come se già da qui cominciassi a raccogliere il silenzio che troverò a Hiroshima.

Arriviamo in mattinata, camminiamo verso il Peace Memorial Park, il cuore della memoria viva della città. L’aria è fresca, le prime luci del giorno accarezzano l’acqua del fiume Motoyasu. L’Atomic Dome ci appare davanti appena scesi dal tram, col suo scheletro fragile ma resistente allo stesso tempo. Non sono nuovo a quel primo colpo d’occhio, Eleonora invece rimane sorpresa. Mi fermo, respiro, sento il passo lento degli altri visitatori, il loro rispetto che sembra fondersi con il mio. Scatto alcune immagini, dei controluce e dei dettagli che possano raccontare il silenzio più che la forma. Alcuni uccelli passano casualmente davanti al mio obiettivo. Tutto diventa segno e memoria.
Al Children’s Peace Monument troviamo una scolaresca di bambini intenti a onorare il luogo alla maniera giapponese, un solenne momento di raccoglimento svolto in perfetto ordine. Il mio pensiero non può fare altro che mescolarsi al loro: cosa sanno, e in che modo lo sanno? Come lo percepiscono? È solo una formalità “istituzionale”, oppure un sentimento vivo e sincero pervade i loro gesti? Non riesco ad allontanarmi da quella scena finché il rito non si conclude e i volti di quei bambini non tornano a essere distesi. In quel momento non ho alcun dubbio sui miei sentimenti.
Al cenotafio i nomi incisi sulle pietre sono come piccole presenze, ognuno un riflesso del passato che si insinua nel presente. Camminiamo tra i visitatori, osserviamo i gesti raccolti, mani giunte, passi lenti, occhi bassi. Tutto è quiete, ma al contempo vibra di energia invisibile.
Il Museo della Pace ci accoglie con un silenzio denso. Ci muoviamo lentamente tra le sale, lasciando che gli oggetti e le foto parlino da soli: le lettere, gli orologi, i tessuti con il sangue rappreso, ognuno con la sua storia e il suo dolore sospesi. Non scatto nemmeno una foto, il solo rumore dei passi all’interno delle sale gremite di visitatori è imbarazzante per svolgere qualsiasi altra attività che non sia lo sprofondare in un turbine di pensieri sulle vite interrotte quel giorno di ottant’anni fa. Mi inibisce completamente. Si può quasi sentire il respiro di ognuno dei presenti, tanto è il silenzio, fino a supporre di sentire quello delle persone scomparse alle quali sono appartenuti gli oggetti esposti. È un macigno sul petto, come la prima volta che vi feci visita due anni fa. Un’ora e mezza destabilizzante, ma necessaria.

All’uscita la città sembra respirare di nuovo. I ponti e le acque tranquille diventano un microcosmo di pace e rinascita. La luce che filtra tra gli alberi crea geometrie delicate, riflessi che rispondono al movimento lento dei nostri passi. A quel punto la macchina fotografica diventa un prolungamento dello sguardo, e ogni scatto è un dialogo tra percezione e realtà, tra ciò che vedo e ciò che sento.
Il resto della mattinata e della giornata trascorrono sereni, e ci lasciamo trasportare dalla tranquillità della città, come dopo una liturgia domenicale, con ancora un giorno intero di festa davanti, senza scuola o lavoro. Poi verso sera percorriamo nuovamente il fiume Motoyasue, con la città che continua a vivere accanto al ricordo, e il presente che si intreccia con il passato. Un ponte, un lampione, un riflesso che ondeggia lieve. Chiudo il giorno con uno scatto finale della Cupola, tra memoria e vita, come se il mondo respirasse ancora in silenzio accanto a me.
Torniamo verso la stazione per recuperare i bagagli depositati nei locker e dirigerci in albergo, pronti per una serata più leggera. Il primo giorno a Hiroshima si chiude con il cuore pieno di riflessioni e di immagini, con la sensazione che ogni passo sia già parte di un racconto più grande, quello del tempo che accoglie e trasforma. L’indomani ci mostrerà un’altra faccia, più dolce e viva, tra sacro e quotidiano, tra luce e ombra, come una città che non finisce mai di raccontare ciò che vuole essere adesso

Ph. Claudio Perugini

QUADERNI GIAPPONESI. TRA NEON E SILENZIO ANTICO: OSAKAIl centro di Osaka si divide in Kita (nord) e Minami (sud), e già ...
29/11/2025

QUADERNI GIAPPONESI. TRA NEON E SILENZIO ANTICO: OSAKA

Il centro di Osaka si divide in Kita (nord) e Minami (sud), e già da questa semplice distinzione si intuisce la duplice anima della città.
A nord, nel quartiere di Umeda, si innalza una selva di grattacieli, luci verticali e centri commerciali infiniti. Qui la modernità corre veloce, le strade sono ordinate e lo sguardo tende a salire verso l’alto, fino a perdersi tra le torri e le passerelle sopraelevate.
A sud, invece, Minami esplode di colori, insegne al neon e profumi che si mescolano nell’aria: Dotonbori, Namba, Shinsaibashi, un caleidoscopio di energia che non dorme mai, un teatro a cielo aperto dove la città sembra mettersi in scena ogni sera.

Ma Osaka non è solo modernità sfavillante, è anche un cuore antico che pulsa silenzioso. I templi di Hozen-ji e Sh*tenno-ji, immersi in atmosfere sospese, sembrano proteggere la città da secoli; l’imponente Castello, con le sue mura di pietra, racconta la storia dei grandi signori feudali; il santuario di Sumiyoshi Taisha custodisce invece la spiritualità più antica del Giappone, con il suo ponte rosso che invita a varcare soglie invisibili.

Passeggiare tra i mercati coperti di Kuromon Ichiba o Tenjibashi-suji significa immergersi nella quotidianità, dove tutto scorre veloce e concreto, come la gente di Osaka. Qui si sente davvero il respiro della città.

E poi c’è Nakanoshima, l’isola fluviale, con i suoi musei, il giardino delle rose e le passeggiate tranquille, che restituiscono un ritmo più lento, quasi contemplativo, come se la città offrisse a chi la vive un attimo di tregua prima di ributtarsi nella sua vitalità inesauribile.

Per questo Osaka è una città che non chiede di essere solo visitata, ma vissuta, respirata, percorsa con calma e curiosità. È fatta di contrasti, ma è proprio in questa dualità che rivela il suo carattere più autentico. Qui ogni giorno sembra una continua oscillazione tra passato e futuro, tra raccoglimento e frastuono, e forse proprio per questo resta impressa nel cuore come una città profondamente umana.

Scrivendo queste righe mi accorgo che Osaka non si racconta come una cartolina, non si lascia raccontare in modo lineare. È un mosaico, un collage di contrasti, e ha la capacità di restare impressa non come un quadro finito, ma come un ritmo che continua dentro di te. E qui sta la sua unicità, è una città che ti costringe a vivere nel presente, ma senza permetterti di restare spettatore.

E così, la sera prima della partenza, Osaka si è spenta davanti ai miei occhi. Non i neon di Dotonbori, quelli continuano a brillare e a riflettersi nel fiume come promesse mai mantenute, ma il ritmo dentro di me, che da frenetico è diventato calma. Con già in tasca il biglietto dello Shinkansen per Hiroshima sapevo che mi avrebbe aspettato un registro diverso, fatto di memoria e silenzio.
Ma quell’ultima sera ho lasciato che la città restasse accesa ancora un po’ nella mia mente, come un’ultima scia luminosa che accompagna il sonno: immagini nitide, ma anche sapori, il primo boccone di takoyaki troppo caldo, la dolcezza inaspettata di un melon pan o di un taiyaki comprato all’angolo della strada, sulla via del ritorno verso l’hotel, il brodo fumante di una zuppa…

E la speranza, quasi una consapevolezza, di un arrivederci.

Ph. Claudio Perugini

SOMEONE SOMEWHERE (IN SUMMERTIME). IL TEMPO COME SOSPENSIONE, LA MALINCONIA COME SENTIMENTO UNIVERSALEC’è una luce che n...
27/10/2025

SOMEONE SOMEWHERE (IN SUMMERTIME). IL TEMPO COME SOSPENSIONE, LA MALINCONIA COME SENTIMENTO UNIVERSALE

C’è una luce che non appartiene a nessun luogo preciso, eppure la riconosciamo: è l’estate che non passa, quella che resta impressa anche quando il tempo si è dissolto.
L’estate come luogo della memoria, un tempo ideale in cui qualcosa di prezioso è accaduto o è stato perduto. Coordinate emotive, non geografiche. La stagione che forse sa restituire meglio quell’ atmosfera di nostalgia proiettata nel futuro, la malinconia di ciò che è passato e, allo stesso tempo, la speranza di poterlo ritrovare in un’altra forma.

“Someone Somewhere (in Summertime)” dei Simple Minds è una di quelle canzoni che non raccontano, ma ricordano, e lo fanno nel modo più puro, come le fotografie sbiadite o i sogni al risveglio, quando il confine tra ciò che è stato e ciò che poteva essere è ancora incerto.
È quindi assolutamente pertinente ai temi di tempo, memoria e malinconia, centrali nel mio pensiero e nelle mie cifre.

Brano d’apertura di New Gold Dream (81–82–83–84), album pubblicato nel 1982, segna il momento in cui i Simple Minds passano a una visione più onirica e spirituale rispetto ai primi album, dando il via per molti al fenomeno new wave.
Il titolo stesso, “qualcuno da qualche parte, in estate”, evoca una distanza indefinita, una presenza che non c’è più, ma che aleggia.
Il tempo, in questa canzone, non scorre, si dilata. Non c’è un prima o un dopo, ma un altrove (someone, somewhere).
Questa indeterminatezza spaziotemporale crea una sorta di bolla, un luogo in cui le emozioni sopravvivono al loro momento. È un concetto profondamente malinconico, ma è un tipo di malinconia che accetta la distanza, come se il ricordo fosse ormai parte integrante del presente.
Il “someone” e il “somewhere” non hanno nome, sono chiunque, ovunque. Questo anonimato trasforma l’esperienza personale in una condizione universale, tutti abbiamo avuto un’estate simbolica da qualche parte, qualcuno che associamo a una stagione di intensità o di attesa.
Non è un addio né un ritorno, è una presenza che continua a esistere in quella zona intermedia tra passato e sogno.
È la malinconia di un pomeriggio di agosto che si trascina fino a sera, dove la bellezza stessa porta con sé l’ombra della fine. In questo senso è una canzone sulla memoria come trascendenza, dove ricordare non è rimpiangere, ma ritrovare una scintilla di eternità nel passato. Un invito, infine, a perdere il tempo per ritrovarlo, un po’ come accade nella fotografia o nella scrittura, dove fissare un istante significa farlo vivere per sempre.

Provided to YouTube by Universal Music GroupSomeone Somewhere (In Summertime) · Simple MindsThemes - Volume 2℗ 1982 Virgin Records LimitedReleased on: 2008-0...

LA LUCE CHE DURA E LA LUCE CHE ACCADE(APPUNTI DI UN CAMERAMAN)Lavorare con la luce significa, prima di tutto, imparare a...
25/10/2025

LA LUCE CHE DURA E LA LUCE CHE ACCADE
(APPUNTI DI UN CAMERAMAN)

Lavorare con la luce significa, prima di tutto, imparare a misurare il tempo.
Nel mio mestiere di cameraman la luce non è mai un evento isolato, è un flusso continuo che accompagna i gesti, le parole, i respiri di chi sta davanti all’obiettivo, è il respiro stesso dell’immagine, la sua durata. Ogni variazione di intensità o di colore modifica il senso di ciò che accade, come una modulazione musicale che accompagna una melodia in divenire.
La luce non illumina, ma segue. È una presenza viva, una compagna di viaggio che non interrompe mai il suo corso.
Nell’atto di fotografare, invece, la luce si comporta in modo opposto, non accompagna, ma interrompe. Il flash, quella frazione di secondo che abbaglia e scompare, non serve a raccontare la durata, bensì a fissare l’istante. È una luce che accade, che taglia il tempo come una lama e lo cristallizza in un unico gesto.

Sul piano tecnico un flash genera in una frazione di secondo un’esplosione di luce molto più intensa di qualunque luce continua tradizionale. Questa potenza permette di usare diaframmi più chiusi, per maggiore profondità di campo, o ISO bassi (per meno “rumore”). È inoltre una luce perfettamente ripetibile e non varia nel tempo, possiamo scattare venti foto e avere sempre la stessa esposizione, perché il lampo è calibrato in modo preciso e istantaneo, dura millesimi di secondo (1/1000 o meno), “ferma” qualunque minimo tremolio, vibrazione o movimento del soggetto, ed è ciò che consente quella nitidezza “assoluta” della fotografia da studio.
Ma è sul sul piano concettuale che si gioca anche questa partita, e rappresenta per me la parte più interessante della questione al di là della padronanza tecnica del mezzo.
Come ho già detto, nell’immagine filmata, la mia dimensione naturale, la luce è tempo che scorre, accompagna, modula, evolve. È parte della narrazione continua. Il flash invece rappresenta la luce come evento, non come presenza, è il “colpo di realtà”, l’istante puro in cui il mondo viene catturato e fissato. Io generalmente lavoro con il flusso, la fotografia con la frattura. Il fotografo non osserva il fluire, ma lo arresta. Cattura il momento in cui la realtà si concede per un attimo, e subito dopo torna nel buio.
Potrei dire che la luce continua serve a vedere, la luce a impulso serve a ricordare.
In questo senso, la differenza non è solo tecnica, ma anche ontologica. Il flash, pur artificiale, simula un attimo di verità, come un lampo di memoria che illumina e poi scompare.
Nella rappresentazione filmica la luce vive, nella fotografia sopravvive, una mostra la durata, l’altra ne custodisce la traccia.
E forse è proprio lì, tra la luce che dura e la luce che accade, che si nasconde la vera essenza del vedere, capire che ogni immagine, in fondo, è solo una forma di tempo che prova a restare, restituendo infine proprio quel doppio respiro che è il modo in cui cerco di raccontare le immagini e a intendere lo sguardo, come mia personale cifra poetica.
In fondo flash e luce continua non sono che due modi diversi di affrontare lo stesso destino, fermare l’attimo o accompagnarlo.

Annotazione n.16
Il flash è il contrario del tempo, ma anche il suo ricordo più puro.

IL CAMERAMAN, IL SEMIOLOGO, LA SCRITTRICE. DIALOGO SUL TEMPO E LA MEMORIANel modo di raccontare il mondo attraverso il m...
24/10/2025

IL CAMERAMAN, IL SEMIOLOGO, LA SCRITTRICE. DIALOGO SUL TEMPO E LA MEMORIA

Nel modo di raccontare il mondo attraverso il mio lavoro e con la passione per la fotografia, che ultimamente si sta facendo sempre più presente e attiva nella mia vita, cerco non la pura testimonianza ma la continuità del sentire umano. È come se ogni ripresa, nei suoi limiti soprattutto professionali, o ogni scatto, dove ho più libertà di intenti, dicesse: “Non ti ho dimenticato, anche se il mondo cambia forma.”
In questo senso, la fotografia non congela il tempo, lo reincarna. È un atto empatico, un riconoscimento dell’altro, ma anche un modo per non perdersi.

A distanza di un mese ho acquistato due libri apparentemente molto distanti tra loro, ma entrambi forti in intenzioni e contenuti, con la fotografia a fare da collante: un romanzo della giapponese Sanaka Hiiragi, “Il magico studio fotografico di Hirasaka”, e il saggio “La camera chiara” di Roland Barthes. Il primo l’ho scelto per puro istinto, attratto dal titolo, più che da una consapevolezza. Qui la fotografia diventa un varco tra mondi. In una piccola bottega di quartiere, un uomo anziano scatta ritratti capaci di restituire pace a chi li osserva, nelle sue immagini riaffiorano le anime dei defunti, non come fantasmi, ma come presenze affettuose che tornano per un ultimo saluto. Ogni fotografia è un incontro, un modo per riconciliarsi con la perdita e accettare che la memoria possa ancora respirare. Hiiragi trasforma la luce in compassione, e la fotografia in una forma di cura.
Nel saggio del 1980 di Roland Barthes, la fotografia è invece indagata come esperienza intima e filosofica. Barthes parte dal dolore per la morte della madre e cerca, tra migliaia di immagini, quella che possa restituirne la verità invisibile. Scopre così che ogni fotografia contiene due forze: lo studium, che riguarda il sapere, la cultura, l’intenzione del fotografo, e il punctum, quel dettaglio che ferisce, che colpisce e apre uno spazio di rivelazione personale. In questo gesto di ricerca, la fotografia diventa per lui un contatto con ciò che non c’è più, una traccia luminosa dell’esistenza.
Se nelle fotografie di Hirasaka le anime riaffiorano come frammenti sospesi di tempo, nelle riflessioni di Barthes la fotografia diventa un contatto quasi mistico con ciò che è stato.
Ultimamente mi capitano queste associazioni e ovunque io diriga i miei pensieri, anche diversi o separati tra loro, per lo meno sul nascere, finisco sempre per trovarvi delle forti connessioni, e a questo punto della mia vita, che si sta sviluppando su quotidiane nuove e sorprendenti esperienze, scoperte o “epifanie”, prende sempre più forte in me la convinzione che il Caso non sia del tutto casuale.

Barthes scrive che “la fotografia è letteralmente un’emanazione del referente”, come se la luce stessa portasse con sé la traccia fisica di chi è stato fotografato.
Hirasaka trasforma questa emanazione in una presenza, i suoi ritratti ridonano corpo alle ombre del passato. È un gesto di compassione, ma anche di consapevolezza. Il fotografo sa che ciò che cattura non gli appartiene, che ogni immagine è un frammento di anima che chiede ascolto.

Nel mio essere e operare, questo passaggio è costante: la macchina da presa e quella fotografica diventano una soglia, non uno schermo. Non separano, ma uniscono. Non congelano, ma accolgono.
Il mio sguardo cerca di non essere mai distaccato, ma poroso, come quello di chi sa che la luce, se accolta nel modo giusto, parla anche di ciò che non si vede.
Nel magico studio di Hirasaka la memoria non è una sequenza di fatti, ma una superficie che riflette la luce del passato sul presente. È un concetto che Barthes accenna nel punctum, quel dettaglio che ti trafigge, che non è previsto né voluto, ma accade, come una ferita del tempo.
Io ho cercato spesso questa ferita, nei riflessi di una vetrina, nei volti sfuggenti, nella luce che non si lascia dominare. È lì che la memoria smette di essere narrazione e diventa immagine vivente, non “ricordo di qualcosa”, ma “presenza di un sentire”.
Come se la fotografia fosse uno specchio d’acqua, non restituisce la realtà, ma il suo riflesso emotivo. Nei ritratti di Hirasaka il volto è sempre doppio, mostra e nasconde, parla e tace. È il volto del ritorno, ma anche dell’assenza.
E questo rimanda alle mie riflessioni sulla “maschera”, sull’identità come superficie mutevole.
Ogni volto fotografato, direbbe Barthes, è un “campo di forze tra l’io e il suo doppio”. Io cerco di muovermi proprio lì, nel punto in cui l’immagine non è più la persona, ma la sua eco, la sua maschera di luce.
È il momento in cui la fotografia diventa filosofia, o persino metafisica, quando ciò che vediamo ci costringe a domandarci chi siamo noi che guardiamo.
Il personaggio scritto da Hiiragi non scatta per vendere immagini, ma per dare pace. Ogni foto è un gesto d’amore, una carezza sulla distanza tra vivi e morti, tra ieri e oggi.
Barthes, nel suo dolore per la madre, aveva intuito la stessa funzione catartica, l’immagine come segno di sopravvivenza.
La fotografia non congela il tempo, lo reincarna. Barthes la chiama “emanazione del referente”, in Hiiragi la si vive come energia vitale.
Io la osservo come un linguaggio sacro. La luce non illumina, rivela. È attraverso di essa che il passato riappare, che il volto si fa memoria, che il silenzio parla.

E quando la luce si posa su qualcosa, un volto, una pietra, una strada deserta, sento che non sto solo documentando, ma partecipando a un dialogo antico tra visibile e invisibile.
La fotografia, allora, non è più un atto tecnico, ma una forma di destino, un modo per accompagnare il mondo nel suo continuo morire e rinascere.
Ogni volta che accendo la camera, quello studio magico prende forma di nuovo. Non è un luogo, ma uno stato di grazia, il punto in cui memoria, visione e sentimento si fondono.
E qualche volta, in fondo, anch’io mi sento un custode di soglie, uno che si muove tra le immagini come tra le anime.

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Ph. Claudio Perugini

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