Nicola Mazzuia

Nicola Mazzuia Art, Photography, fine art prints

29/11/2020

Nothing Too Obvious. Nitrous Oxide in Manchester.

03/12/2016
Nordest GraffitiDavanti alla fotografia di un bel paesaggio o, se preferite, davanti a una bella fotografia di un bel pa...
05/10/2016

Nordest Graffiti

Davanti alla fotografia di un bel paesaggio o, se preferite, davanti a una bella fotografia di un bel paesaggio, mi capita di fermarmi a pensare: «ma non sarà che la fotografia risulta piacevole perché, semplicemente, mostra l’immagine di una bella cosa?» C’è questo bel paesaggio e, certamente, un paio di accortezze tecniche del fotografo, ma la sostanza di ciò che comunica e rappresenta non potrebbe stare proprio lì? In ciò che si mostra?
Davanti a quella foto immagino l’autore dello scatto come un fotografo-cacciatore-raccoglitore, un umile riproduttore di quello che c’è, un tassodermista del ready-made.

Così, fotografando un bel tramoto avremo una bella foto di un tramonto? Probabile [dico io] e se fotografassimo un’ imponente montagna avremo quindi una fotografia che esprime sontuosità? Sì, credo sia uno dei risultati più prevedibili. Volendo vedere così le cose, l’autore o gli autori, appaiono (se appaiono), come un dettaglio trascurabile, una piccola barchetta a remi in mezzo alle onde di un oceano di belle immagini.

Forse è stato anche per il desiderio dei fotografi di rimettersi al centro della questione, di puntare nuovamente l’attenzione verso l’atto del fotografare che, negli ultimi decenni, si è fatto un gran vezzo di immortalare cose brutte per ricavarne delle belle foto: foto-grafie di immondizia, reportage del degrado o esposizione di angoli bui che normalmente non meriterebbero attenzione. A questo punto, spesso senza soluzione di continuità, nel fluire delle immagini che mi si rovescia addosso, passo dal pormi domande di fronte a quel bel paesaggio al ritrovarmi rigido davanti alla foto flashata di uno sputo sopra una mattonella e, quel pensiero iniziale che mi interrogava sul senso del riprodurre la bellezza, diventa l’idea che, col nobile fine di rinsaldare il rapporto tra autore ed opera, la fotografia stia naufragando nel mare della riproduzione ossessiva di roba br**ta che vorremmo solo tenere a debita distanza, una sorta di nuova estetica dell’esotico o, come mi piace definirla, l’allegoria del rifiuto.

Allora ho provato anch’io ad aggirarmi in zone dimenticate, in posti indicati come degradati o, nella migliore delle ipotesi, in via di valorizzazione, per inquadrare, selezionare e trasformare la m***a in arte (o almeno in una bella fotografia) ma, per quanto mi sforzassi, i tentativi non coprivano l’odore originale, metaforicamente parlando, mi trovavo sempre davanti a fotografie di m***a (m***a come complemento oggetto, ma anche no).

Non riuscendo però ad andare oltre e ritrovandomi a un punto morto della questione, che lascio volutamente aperto, mi limiterò a intendere la cosa così: se poniamo come assioma che una fotografia di una cosa bella ha buone possibilità di essere una bella foto (non ho detto interessante od originale), così, semplicemente per merito di ciò che mostra, allora potremo asserire che se invece la foto è orrenda allora buona parte del demerito andrebbe a ricadere sul soggetto ritratto e non sull’autore.

Insomma potrete anche dire che queste foto-grafie fanno schifo, ma allo stesso tempo non potrete asserire con altrettanta sicurezza che sia tutta e solo colpa mia, prendetevi le vostre responsablità di osservatori una buona volta.

Nordest Graffiti

Davanti alla fotografia di un bel paesaggio o, se preferite, davanti a una bella fotografia di un bel paesaggio, mi capita di fermarmi a pensare: «ma non sarà che la fotografia risulta piacevole perché, semplicemente, mostra l’immagine di una bella cosa?» C’è questo bel paesaggio e, certamente, un paio di accortezze tecniche del fotografo, ma la sostanza di ciò che comunica e rappresenta non potrebbe stare proprio lì? In ciò che si mostra?
Davanti a quella foto immagino l’autore dello scatto come un fotografo-cacciatore-raccoglitore, un umile riproduttore di quello che c’è, un tassodermista del ready-made.

Così, fotografando un bel tramoto avremo una bella foto di un tramonto? Probabile [dico io] e se fotografassimo un’ imponente montagna avremo quindi una fotografia che esprime sontuosità? Sì, credo sia uno dei risultati più prevedibili. Volendo vedere così le cose, l’autore o gli autori, appaiono (se appaiono), come un dettaglio trascurabile, una piccola barchetta a remi in mezzo alle onde di un oceano di belle immagini.

Forse è stato anche per il desiderio dei fotografi di rimettersi al centro della questione, di puntare nuovamente l’attenzione verso l’atto del fotografare che, negli ultimi decenni, si è fatto un gran vezzo di immortalare cose brutte per ricavarne delle belle foto: foto-grafie di immondizia, reportage del degrado o esposizione di angoli bui che normalmente non meriterebbero attenzione. A questo punto, spesso senza soluzione di continuità, nel fluire delle immagini che mi si rovescia addosso, passo dal pormi domande di fronte a quel bel paesaggio al ritrovarmi rigido davanti alla foto flashata di uno sputo sopra una mattonella e, quel pensiero iniziale che mi interrogava sul senso del riprodurre la bellezza, diventa l’idea che, col nobile fine di rinsaldare il rapporto tra autore ed opera, la fotografia stia naufragando nel mare della riproduzione ossessiva di roba br**ta che vorremmo solo tenere a debita distanza, una sorta di nuova estetica dell’esotico o, come mi piace definirla, l’allegoria del rifiuto.

Allora ho provato anch’io ad aggirarmi in zone dimenticate, in posti indicati come degradati o, nella migliore delle ipotesi, in via di valorizzazione, per inquadrare, selezionare e trasformare la m***a in arte (o almeno in una bella fotografia) ma, per quanto mi sforzassi, i tentativi non coprivano l’odore originale, metaforicamente parlando, mi trovavo sempre davanti a fotografie di m***a (m***a come complemento oggetto, ma anche no).

Non riuscendo però ad andare oltre e ritrovandomi a un punto morto della questione, che lascio volutamente aperto, mi limiterò a intendere la cosa così: se poniamo come assioma che una fotografia di una cosa bella ha buone possibilità di essere una bella foto (non ho detto interessante od originale), così, semplicemente per merito di ciò che mostra, allora potremo asserire che se invece la foto è orrenda allora buona parte del demerito andrebbe a ricadere sul soggetto ritratto e non sull’autore.

Insomma potrete anche dire che queste foto-grafie fanno schifo, ma allo stesso tempo non potrete asserire con altrettanta sicurezza che sia tutta e solo colpa mia, prendetevi le vostre responsablità di osservatori una buona volta.

Nordest Graffiti
21/02/2016

Nordest Graffiti

Nordest Graffiti
12/02/2016

Nordest Graffiti

Nordest Graffiti

Davanti alla fotografia di un bel paesaggio o, se preferite, davanti a una bella fotografia di un bel paesaggio, mi capita di fermarmi a pensare: "ma non sarà che la fotografia risulta piacevole perché, semplicemente, mostra l’immagine di una bella cosa?" C’è questo bel paesaggio e, certamente, un paio di accortezze tecniche del fotografo, ma la sostanza di ciò che comunica e rappresenta non potrebbe stare proprio lì? In ciò che si mostra.
Davanti a quella foto immagino l’autore dello scatto come un fotografo-cacciatore-raccoglitore, un umile riproduttore di quello che c’è, un tassodermista del ready-made. Così, fotografando un bel tramoto avremo una bella foto di un tramonto? Probabile [dico io] e se fotografassimo un’ imponente montagna avremo quindi una fotografia che esprime sontuosità? Sì, credo sia uno dei risultati più prevedibili.
Volendo vedere così le cose, l’autore o gli autori, appaiono (se appaiono), come un dettaglio trascurabile, una piccola barchetta a remi in mezzo alle onde di un oceano di belle immagini.
Forse è stato anche per il desiderio dei fotografi di rimettersi al centro della questione, di ripuntare l’attenzione verso l’atto del fotografare che, negli ultimi decenni, si è fatto un gran vezzo di immortalare cose brutte per ricavarne delle belle foto: foto-grafie di immondizia, reportage del degrado, esposizione di angoli bui che normalmente non meriterebbero attenzione. A questo punto, spesso senza soluzione di continuità, nel fluire delle immagini che mi si rovescia addosso, passo dal pormi domande di fronte a quel bel paesaggio al ritrovarmi rigido davanti alla foto di uno sputo sopra una mattonella e, quel pensiero iniziale che mi interrogava sul senso del riprodurre la bellezza (così come la intendiamo comunemente) diventa l’idea che, col nobile fine di rinsaldare il rapporto tra autore ed opera, la fotografia stia naufragando nel mare della riproduzione ossessiva di roba br**ta che vorremmo solo tenere a debita distanza, una sorta di nuova estetica dell’esotico o, come mi piace definirla, l’allegoria del rifiuto.
Allora ho provato anch’io ad aggirarmi in zone dimenticate, in posti indicati come degradati o, nella migliore delle ipotesi, in via di valorizzazione, per inquadrare, selezionare e trasformare la m***a in arte ma, per quanto mi sforzassi, i tentativi non coprivano l’odore originale, metaforicamente parlando.
Non riuscendo però ad andare oltre e ritrovandomi a un punto morto della questione, che lascio volutamente aperta, mi limiterò a intendere la cosa così: se poniamo come assioma che una fotografia di una cosa bella ha buone possibilità di essere una bella foto, così, semplicemente per merito di ciò che mostra, allora potremo asserire che se invece la foto è orrenda allora buona parte del demerito andrebbe a ricadere sul soggetto ritratto e non sull’autore.
Insomma potrete anche dire che queste foto-grafie fanno schifo, ma allo stesso tempo non potrete asserire con altrettanta sicurezza che sia tutta e solo colpa mia, prendetevi le vostre responsablità di osservatori una buona volta.

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07/01/2016

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