23/01/2026
In questo periodo, a stretto contatto con i temi della violenza di genere e dei femminicidi, sento crescere in me una distanza profonda rispetto al mondo maschile.
Non è odio, né rifiuto individuale degli uomini, ma la presa di coscienza di uno squilibrio strutturale che continua a produrre dolore, paura e perdita di vite.
Sempre più spesso mi appare evidente che donne e uomini non si muovono sullo stesso piano di consapevolezza emotiva, relazionale e sociale. Le donne, per necessità e sopravvivenza, hanno sviluppato strumenti di ascolto, cura e responsabilità; molti uomini, invece, sembrano ancora fermi a modelli di potere e controllo che non rispondono più al presente.
Questa distanza genera in me disagio, stanchezza e una rabbia che faccio fatica a nominare senza sentirmi in colpa. Eppure riconoscerla è un atto politico: perché la rabbia non nasce dal disprezzo, ma dall’aver visto troppo, dall’aver capito troppo, dall’essere state costrette a farlo.
Non penso che il problema siano “gli uomini” come individui, ma un sistema che continua a proteggerli, giustificarli e a chiedere alle donne di comprendere, mediare, aspettare.
Rivendico invece il diritto delle donne a non dover educare, salvare o spiegarsi continuamente.
Essere femministe, oggi, per me significa questo: nominare la distanza, stare nella propria lucidità, e smettere di fingere che il conflitto non esista, pur continuando a scegliere parole che aprano possibilità di cambiamento e non solo fratture.