24/05/2026
Ho fotografato il Mugello per 30 anni, poi 10 anni fa ho smesso.
Tutto si consuma, tutto si decolora, perde importanza, si banalizza.
Mi ritrovai stanco di svegliarmi all’alba per inseguire nebbie e ombre.
Stanco di contribuire al consumo di un paesaggio che mi appariva sempre meno autentico, nel perdersi di luoghi, riferimenti, case, angoli che provenivano dal passato, persone e personaggi che il tempo lasciava indietro. Infastidito e inquieto dal pensiero che il mio lavoro divulgativo contribuiva, sia pur in minima parte, ad alimentare una finzione e a banalizzare il consumo.
Le strade del fondovalle ogni anno aumentavano la presenza di auto e trasporti di vario tipo. E’ il progresso, mi giustificavo: sviluppo sociale, ricchezza. Perché ti lamenti?
Poi sono arrivati i grandi lavori: ferrovia, autostrada. I cantieri, il consumo di suolo, le colline tagliate, sventrate, le sorgenti sparite, i fiumi seccati, i torrenti silenziosi. E’ il progresso?
Per qualche tempo pensai alla realizzazione di un altro progetto: IL BRUTTO DEL MUGELLO.
Perché la fotografia è anche documentazione storica, descrizione del passaggio del tempo e delle sue modifiche, nel bene e nel male: magari si poteva, e si doveva, fotografare anche le storture, le ferite alla bellezza. Cominciai a lavorarci.
Ma nel frattempo mi ero svuotato di ogni interesse, di ogni empatia per la terra in cui sono nato. Ho sempre creduto che la spinta verso la mia ricerca fotografica fosse l’emozione, il trasporto verso la bellezza che mi portava a fotografare tutto ciò che mi emozionava.
Ma non c’era più nulla che mi emozionasse. Tutto mi appariva corrotto, artefatto, banale, finto.
Ad uso turistico e profittevole.
Non trovavo più nessun esempio di autenticità, di verismo.
Poi ho scoperto un nuovo Paese, una nuova e antica terra che mi ha restituito l’emozione, che mi ha riportato l’entusiasmo di cercare le sue realtà dentro la cornice della mia macchina fotografica. Come se davvero questo fosse possibile, e non lo è. Ma si vive anche di illusioni.
Ho ritrovato l’emozione, la passione, ho ritrovato il gusto di “girare l’angolo”, di scoprire nuovi-antichi segni nella terra, colori e contrasti. La voglia di sorprendermi.
E su tutto questo: la gente.
Facce scavate dal tempo, un rapporto con la terra irto di fatica ma vero, autentico, ancora non del tutto mediato dalle macchine, dalla tecnica, dal “mercato” oonivoro. Un rispetto ormai sconosciuto da noi. Una religiosità intrisa di superstizione, ma proveniente da sofferenze e fatiche costanti, da sacrifici reali, che mi tocca il cuore, che mi commuove.
Gente antica, quasi tutti anziani, senza nessun modello di “bellezza”, di approvazione altrui, di riferimento introiettato dalle TV, dai social, dalla modernità asfissiante.
Nel proprio “darsi” al mio obiettivo questa gente si mostrava com’era, senza cercare la “posa”, senza preoccuparsi del come sarebbe apparsa. Semplicemente mi regalavano loro stessi.
Poi ho scoperto un fotografo, un artista teatrante, un uomo con una personalità straordinaria e una sensibilità fotografica eccezionale. Le sue foto sono semplicemete un’altra cosa. Si chiama Jeno Major, è un fotografo che ha scelto di rappresentare la sua terra, le tradizioni, la gente, il modo di vivere e di lavorare, i paesaggi, le case, perché ha capito che tutto questo sta scomparendo lentamente davanti ai suoi occhi, come sabbia tra le dita. E sa che lui ha le radici giuste per capire tutto questo, fino in fondo. Una cosa alla quale io non potrò mai ambire.
E’ anche grazie a lui che ho ripreso la mia macchina fotografica, non per raggiungerlo creativamente (non ne avrò mai la capacità) ma perché mi ha restituito una parte di quell’emozionalità.
Non so cosa cerco, non so cosa voglio. Ma ho ricominciato a guardare,e spero di vedere.