10/09/2026
Ho appena visto un personal brand in avanzato stato di brandizzazione.
Un reel: prima e dopo di una ristrutturazione domestica.
La protagonista non è un’architetta; insegna qualcos’altro, a metà tra Marie Kondo e il minimalismo estremo, almeno da quel che ho capito.
Casa bellissima. Arredata con gusto, minimale fino all’ascetismo, ordinata a livelli che metterebbero in soggezione la nostra Marie.
Sull’unica mensola visibile: alcune copie dei suoi due libri, allineati, naturalmente in palette.
Lei vestita come un santone indiano che ha rinunciato a ogni attaccamento terreno: trent’anni in una grotta, riemerso convinto che sia passato un pomeriggio.
Solo che la grotta, qui, è una casa enorme appena ristrutturata.
Messo agli atti che ammiro la sua capacità economica, e che se te la sei guadagnata tutta tu ti stimo sorella, guardando quel reel mi è arrivato addosso un pensiero che covavo da giorni.
Le pareti: in palette.
I complementi: in palette.
Gli outfit: in palette.
Gli accessori: in palette.
Il marito: in palette.
Lei non è il punto.
Il punto è un’idea di coerenza che vedo ovunque, trattata come un filtro invece che letta come un’impronta.
Il momento in cui la coerenza diventa scenografia.
La mia idea di branding passa anche da colori, immagini, abiti, oggetti. Certo.
Ma più in stile Frida Kahlo.
[continua nel primo commento]