29/03/2026
22ª Mezza Maratona della Concordia ad Agrigento: cronaca semiseria di quattro irresponsabili, un coach severissimo e una salita concepita evidentemente da gente rancorosa.
Ci sono decisioni che nascono da un’attenta analisi, da una pianificazione lucida, da una ponderazione adulta e responsabile.
E poi ci sono quelle prese la notte di Capodanno.
La nostra, naturalmente, appartiene alla seconda categoria.
Eravamo a casa di MeloRock e famiglia, in quel clima festivo in cui tutto sembra possibile: brindisi, buoni propositi, deliri collettivi e l’illusione di essere persone in grado di gestire qualsiasi sfida. Ed è proprio lì, tra un bicchiere di troppo e un entusiasmo non autorizzato dalla sobrietà, che abbiamo deciso di correre la 22ª Mezza Maratona della Concordia, ad Agrigento, nella Valle dei Templi.
La distanza l’hanno proposta gli altri.
La location, da persona esteticamente sensibile ma evidentemente poco incline alla logica, l’ho proposta io.
Perché sì, diciamolo: correre in mezzo ai templi è una cosa fighissima. Suggestiva. Epica. Poetica. Molto Instagrammabile, anche.
Peccato solo per un dettaglio trascurabile: la salita.
Una salita non impegnativa.
Non tosta.
Non selettiva.
Una salita assurda, concepita con ogni probabilità da qualcuno che in passato aveva litigato con i runner.
Il tutto con un mese e mezzo scarso di preparazione. Cioè, in pratica, il tempo tecnico per pentirsi più volte, ma non abbastanza per tornare indietro.
Il coach non l’abbiamo scelto noi: è stato lui a scegliere noi
Una volta partorita questa idea discutibile, la scelta del coach è stata automatica. Non poteva che essere MeloRock.
O, per essere più precisi, non è che lo abbiamo scelto: è lui che ha scelto noi.
E noi, ingenui, pensavamo pure che sarebbe stato comprensivo.
Macché.
Ogni settimana arrivavano piani di allenamento degni di un reparto speciale: rigorosi, dettagliati, non negoziabili. Guai a sgarrare. Guai a interpretare liberamente. Guai, soprattutto, a fare finta di non aver letto.
Con MeloRock non esistevano scuse.
Piove? Corri.
Hai sonno? Corri.
Hai lavorato tutto il giorno? Corri.
C’è vento, freddo, umidità, sconforto esistenziale? Corri lo stesso e poi fai pure il report.
Perché il vero problema, alla fine, non era nemmeno l’allenamento.
Era il report post-allenamento.
Quel momento in cui, finita la fatica, bisognava riferire tutto al coach e attendere il verdetto come studenti davanti a una commissione d’esame. A confronto, la corsa era la parte rilassante.
La sua frase tormentone è diventata presto: “cafuddamu”.
Un mantra.
Un avvertimento.
Una sentenza.
E tra tutti, quello che ha fatto più disperare MeloRock è stato, ovviamente, Maurizio.
Maurizio caricava gli allenamenti nel Garmin in modalità creativa, sbagliava i passi, interpretava il concetto di “vai piano” come un’opinione, e quando Carmelo gli diceva di controllarsi, lui partiva a bomba come se avesse un conto aperto con l’asfalto.
Un uomo libero.
Troppo libero.
Preparazione: tra disciplina, rimproveri e cedimenti morali
Abbiamo iniziato a metà gennaio, facendo il possibile tra lavoro, impegni, acciacchi, altri sport e una generale difficoltà ad accettare che il tempo libero dovesse essere sacrificato sull’altare della corsa.
Ci siamo allenati al meglio delle nostre possibilità, che è un modo elegante per dire: con dedizione, sì, ma anche con una certa dose di sofferenza teatrale.
Io, personalmente, questa preparazione l’ho vissuta male.
Molto male.
Quel poco tempo libero che avevo doveva essere dedicato alla corsa oppure, in alternativa, a essere rimproverata da MeloRock. Un’esperienza completa, insomma.
Maurizio, come già detto, è stato il grande indisciplinato del gruppo.
Marco il più settato, il più centrato, il più simile a uno che sappia veramente cosa sta facendo.
Antonella, elegante persino nella sofferenza, un po’ indisciplinata pure lei, ma perseverante come poche.
E poi c’ero io: quella che prova a essere precisa, a rispettare i ritmi, a non farsi prendere dalla foga, mentre intorno viene superata con apparente scioltezza anche da pensionati che sembrano usciti da una passeggiata terapeutica più che da una gara.
I milanesi più siciliani di noi
Con Marco e Antonella ci siamo conosciuti durante le gare del GP Sicilia Openwater. Da allora si sono innamorati della Sicilia in modo serio, stabile e quasi preoccupante.
Vengono spesso. Tornano volentieri. Hanno assorbito usi, tempi, abitudini e persino parte dell’idioma locale.
Certo, qualche parola dialettale ancora ogni tanto gli sfugge.
Ma “minchia” lo padroneggiano benissimo.
E sentire Marco dirlo con accento milanese è una di quelle esperienze che da sole valgono metà trasferta.
Trasferta da atleti. Più o meno.
Siamo partiti il sabato pomeriggio. Arrivati ad Agrigento, prima missione: ritiro pettorali.
Già lì la città ha deciso di darci un assaggio della filosofia della gara: per arrivare a ritirarli abbiamo fatto una salita che ci ha stancati prima ancora di cominciare. Una specie di trailer dell’evento principale.
Come se non bastasse, ad Antonella avevano dato il pettorale sbagliato. Fortuna che ce ne siamo accorti in tempo, altrimenti avremmo corso con l’identità sportiva di qualcun altro.
I nostri amici milanesi, convinti di trovare il caldo del Sud, si sono invece ritrovati con un freddo che probabilmente non avevano lasciato nemmeno a casa. La Sicilia, ogni tanto, ama sorprendere anche i più innamorati.
Prima preoccupazione della serata, comunque, non era la gara.
Era trovare un posto dove cenare.
Priorità sane.
Cena alle 19:00, in perfetto stile tedesco. Raccomandazione al cameriere: porzioni doppie di pasta, perché noi non stavamo andando a mangiare, stavamo facendo carico di carboidrati. Che detto così fa molto professionisti, anche se poi la verità è che avevamo semplicemente fame.
MeloRock aveva detto: niente alcolici.
Noi abbiamo capito: una birra, anzi due, ma con moderazione morale.
Poi, da perfetti atleti, rientro al B&B, doccia calda e a letto.
Anzi no.
Perché nella nostra stanza l’acqua calda non arrivava.
Il che aggiunge sempre quel tocco di disagio che rende memorabile ogni esperienza sportiva amatoriale: ti alleni per settimane, ti prepari mentalmente, organizzi tutto… e poi ti lavi con l’acqua che pare arrivare direttamente dai monti sicani.
Sveglia alle 6:00, colazione presto, grande attenzione a evitare mal di pancia, drammi intestinali e altre manifestazioni di sabotaggio corporeo.
Outfit da gara: scarsi sì, ma con stile
La mattina della gara il primo vero dilemma è stato l’outfit.
Faceva freddo. Più freddo del previsto. Noi, nel dubbio, avevamo portato abbigliamento per qualsiasi scenario climatico: dal gelo baltico alla primavera inoltrata.
Dopo attente valutazioni tecnico-scientifiche, da veri professionisti, decidiamo di partire in pantaloncini e maglietta.
Scarsi? Forse.
Incauti? Sicuramente.
Ma con stile.
Perfino io, che di solito corro bardata come se stessi affrontando una spedizione alpina, ho scelto il minimalismo agonistico.
L’umore era quello tipico dei grandi eventi: a metà tra il “siamo carichi” e il più sincero “chi ce l’ha fatto fare”.
La partenza, Mina, il Garmin e le illusioni ottiche
Start alle 9:00 dal Lungomare Falcone Borsellino.
Tutti gli altri runner sono partiti a bomba, come se i 21 chilometri fossero un dettaglio amministrativo. Ma noi avevamo un ordine preciso da parte di MeloRock: non esagerare all’inizio.
Indicazione sensata. Quasi rivoluzionaria, nel mondo dei runner amatori.
Maurizio, però, aveva preparato la sua playlist motivazionale in stile Rocky. Roba da pugni al cielo, fatica, gloria, riscatto.
Peccato che abbia sbagliato a farla partire e si sia ritrovato con Mina e “Pensiero stupendo”.
Che è bellissima, per ca**tà.
Ma non esattamente il sottofondo che immagini mentre cerchi di sentirti una macchina da guerra.
Antonella, invece, ha direttamente dimenticato di avviare il Garmin.
Un gesto quasi filosofico. Come dire: il dolore lo vivo, ma senza dati.
Fino al 10° km eravamo anche abbastanza freschi. Uno stato psicofisico che ci ha consentito di cullarci nell’illusione che la situazione fosse sotto controllo.
Poi è iniziata la salita.
Da lontano si vedeva il Tempio della Concordia, alto, fiero, bellissimo, quasi sospeso sopra di noi. Maurizio mi fa cenno, lo guarda e dice:
“Guarda lassù, c’è il tempio. Ma tanto noi non dobbiamo arrivare fin lassù.”
E accelera pure.
Io gli faccio notare che non è una buona idea.
Pochi metri dopo, la realtà lo smentisce con la brutalità che solo certe gare sanno avere: sì, dovevamo arrivare proprio fin lassù. E no, la salita non era quasi finita. Anzi, si impenna sempre di più, fino a trasformarsi in una pratica di espiazione.
La Valle dei Templi, il paradiso e l’inizio della fine
Ora, diciamolo: la fatica era tanta, ma correre immersi nella Valle dei Templi è qualcosa che ripaga quasi tutto. Il percorso lì diventa pura meraviglia. Una bellezza che ti fa pensare che forse, dopotutto, soffrire ha un suo senso estetico.
Da veri atleti abbiamo resistito quasi tutti alla tentazione di fermarci per una pausa selfie col tempio sullo sfondo. E questo, per gente come noi, va considerato un successo agonistico.
Poi, dopo aver finito di salire e aver avuto la netta impressione di star ascendendo direttamente verso il paradiso, è arrivata finalmente la discesa.
E uno pensa: bene, adesso ci rilassiamo.
No.
Perché è proprio lì che il mio corpo ha deciso di aprire un tavolo di crisi: dolore al ginocchio, dolore al fianco. Una sofferenza così democratica da coinvolgere parti del corpo fino a quel momento totalmente neutrali.
Ma non si molla.
Soprattutto Maurizio, che con le sue scorte di orsetti gommosi stipate in bocca tipo pellicano, riesce a non soffrire mai davvero la mancanza di zuccheri. Una strategia nutrizionale che la scienza forse non approva ufficialmente, ma che sul campo ha dato i suoi risultati.
Finale: soddisfazione, video mancati e promesse discutibili
Alla fine ci siamo divertiti.
Sì, davvero.
Tutte le maledizioni lanciate in allenamento, tutti i dubbi, tutta la fatica, tutta la severità del coach: sul traguardo sembravano quasi dissolti.
Quasi.
La soddisfazione più grande, oltre ad aver portato a casa la gara, è stata non aver deluso MeloRock, che è rimasto molto soddisfatto di noi. E detto da lui vale quasi come una medaglia.
Marco, arrivato primo del quartetto, avrebbe dovuto immortalare i nostri arrivi con video memorabili.
Avrebbe.
Perché poi si è scoperto che non aveva registrato praticamente nulla, tranne il mio. Un talento raro: arrivare primo e contemporaneamente sabotare il reparto audiovisivo.
E così siamo passati nel giro di poche ore dal classico:
“Mai più.”
al più realistico:
“Ma chi me l’ha fatto fare?”
fino all’inevitabile conclusione, degna di ogni vero amatore con memoria corta:
“L’anno prossimo ne facciamo un’altra.”
Perché alla fine è sempre così. Ti lamenti, soffri, giuri che basti, maledici salite, coach e playlist sbagliate. Poi tagli il traguardo, ti passa tutto, e ricominci a cercare la prossima idea pessima da trasformare in impresa.
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