22/11/2016
Un giorno Lucio Lanza mi ha dato una mano, dicendo che veniva dalla sabbia. Era una manina di bambola, in plastica ingiallita, che aveva dissepolto quella mattina in spiaggia. Ho scoperto così, grazie a quella (terza) mano magica , il suo terzo occhio - da fotografo. Perché Lucio è un cantascorie come me, e non solo ama le cose, ma l’anima fonda delle cose, e specialmente quelle perdute, abbandonate, rotte, in cui riesce a intrappolare un raggio – di luce, parole, d'ombra. Le immagini di Lucio hanno infatti questo di speciale. Danno voce anche alle pietre, ai buchi del cemento, all’erba selvaggia che strappiamo dai vasi senza capirne l’audacia e la dolcezza. Danno luce alle crepe sui muri, alle rughe sugli occhi, ai cofani sporchi delle auto in sosta, alle porte chiuse e socchiuse su ciò che non vediamo. E’ questa la sua alchimia. E si capisce, a questo punto, che non potevo non chiederglielo, di posare il suo sguardo magico sulle mie installazioni. L’ Atlante degli abiti smessi si è rianimato così, tornando alle sue origini, le foglie il cielo la terra – e non ho mai visto, mentre lui scattava, opere e cose più felici. Dategli un occhio (meglio il terzo) anche voi. E' una photogallery senza parole. Solo scatti e un video. Dove a suonare è l'orchestra di un giardino, e strumenti sono le foglie, gli uccelli, le grondaie, il vento - rielaborati da Dario Lanza. Vedere per fremere. E poi ci dite.
Elvira Seminara