28/09/2022
"GRAMMAR N**I, s. m. e f. inv. (iron.) Chi ha la fissazione della correttezza linguistica, senza risparmiare agli altri correzioni e osservazioni pedanti."
Questa è la definizione che ci dà la Treccani del suddetto termine coniato dalle persone che commettono errori nell'esprimersi e non amano essere corrette. Premetto che se proprio si vuole entrare a gamba tesa nella vita sintattica delle persone, sarebbe carino farlo in privato, con gentilezza.
Detto ciò, in questi giorni pensavo a una cosa e voglio fare una riflessione con voi. Noi studiamo le lingue straniere, la loro grammatica e ci informiamo ovviamente anche sulla pronuncia. Cerchiamo di non sbagliare, facciamo magari esami per conseguire attestazioni per il nostro grado di preparazione in quella lingua. Va tutto benissimo, conoscere una o più lingue straniere fa di noi cittadini del mondo, se non fosse che poi, della nostra di lingua, non ce ne importa nulla.
Lo sanno anche i muri che l'apostrofo tra "un uomo" non ci va, lo sanno anche le pietre che si dice "al lavoro" e non "a lavoro", eppure continuiamo a sbagliare, come se fossero cose di poco conto. Ma perché secondo voi mettiamo tanto impegno nelle lingue straniere, e al contempo mortifichiamo la lingua italiana?
Conosco persone che studiano il giapponese, con i suoi kangi difficilissimi, e che tuttavia in italiano sbagliano i congiuntivi. E perché odiamo tanto essere corretti nella nostra lingua? Perché chiediamo addirittura come si pronunciano le parole straniere, per essere impeccabili, ma ci offendiamo se ci correggono la pronuncia della nostra lingua madre?
Ci avete mai pensato?