09/05/2024
Quei semplici, preziosi attimi di normalità di Flavio Lucibello
L’autore apre spesso, nel corso della narrazione, sul cielo un simbolo metaforico e metafisico dell’aldilà dell’umanità, della frenetica demenza degli eventi; dunque sarà da qui che partiremo: da quel cielo sopra Berlino, dagli angeli di polvere caduti per empatia con gli umani, dagli Dei indifferenti e dalla storia costellata di eventi inspiegabili in quanto la memoria è un groviglio di Dicibile e Indicibile, della musica per ingannare la morte e del suonare, come Sherazade raccontava, per guadagnare tempo. Il presupposto dei due racconti che Lucibello intreccia è contemporaneo e individualista da per uno e filosofico e orientale per l’altro .
La Storia quando prende la dimensione di un fiume in piena , tende e forza a far generalizzare e omologare il pensiero e la personalità trasformando la persona in un fattore del gruppo, ed è così che l’individualità, la coscienza, il libero arbitrio vengano travolti spegnendo tutti i colori, le ombre, le sfumature, lasciando solo spazio al bianco e nero, che corregge gli errori della storia con l’ottusità della superiorità morale e del giustizialismo.
La traccia del racconto che segue la vicenda di Anna che la trascina dalla filarmonica di Vienna all’orchestra di Auschwitz, si armonizza con il caso letterario del 1942 di Vercors Le silence de la mer che termina con la citazione del premio Nobel Anatole France Viva il soldato che disubbidisce a un ordine criminale .
Quanto questo nostro cielo contemporanea si è fatto greve delle tonalità bianche e nere, fosco presagio della presunzione di ragione senza ragionamento?
Il cielo che opprimeva i protagonisti chiedeva un prezzo per sopravvivere: a chi era in posizione di forza un amplificazione in empatia per sopravvivere in umanità, quel “buttare il cuore oltre l’ostacolo” rischiando l’allontanamento del gruppo in quanto “nota stonata” e a chi era in posizione di fragilità doveva rinunciare a un pezzo di umanità/sensibilità/memoria per sopravvivere fisicamente. Entrambi dovevano perdere un pezzo della loro identità sociale per sopravvivere individualmente. Quel pezzo di anima e memoria che la storia aveva chiesto come pegno poi ricomincia a presentarsi come vuoti in cui perdersi, come fece con Primo Levi.
Oltre il vuoto il fil rouge che accomuna i due protagonisti è la musica, la voce dello spirito, della bellezza, della matematica, dei suoni che spengono e alleviano le stonature scarnificate nella memoria, pianti, grida , insulti, ordini e soprattutto del silenzio del bello.
Strana questa tendenza umana di sacrificare sempre un pezzo di se stessa a favore di altre che resteranno sicuramente incomplete, povere e brutalizzate, come con lucida ironia prevedeva nel 1922 Hugo Bettauer ne la città senza Ebrei. Coloro che avvallavano l’annullamento di una cultura, si trovarono a cercare le proprie radici tra le macerie di Dresda, quel senso di colpa che poi ha attanagliato da Heirich Mann a Heirich Böll condiziona ancora oggi le posizioni e le scelte morali, di chi da ragione a prescindere e di vuole pensare che in fondo non era così sbagliato ….
Lucibello ci mette di fronte al fatto che gli esseri umani sono da ciascuna parte, e che la soluzione e nella presa di coscienza dell’individuo. Infine l’autore termina con un racconto che cita Il pianista ed è un incrocio tra Gianbattista Vico e un racconto Yiddish, ove circolarità e destino rimettono ordine al caos. La prosa scorre veloce, dando spazio al pensiero del lettore senza forzarlo o dirigerlo, che diviene un percorso personale che forse in questi tempi di infodemia è l’unica chiave di volta rimasta.
Agata Chiusano