23/06/2015
L'atto finale
"Preciso per i signori inquirenti che probabilmente leggeranno questo mio scritto, che compio questo atto in pieno possesso delle mie facoltà mentali, senza remora alcuna, avendo sommariamente premeditato il tutto nei giorni scorsi.
Sommariamente in quanto il sottoscritto è il protagonista fallimentare di un progetto fallimentare denominato "Vita fallimentare di D.". Fallimentare anche nella scelta dell'iniziale del nome, dato che un più tardo e meno fallimentare "Vita di P." è stato campione d'incasso al botteghino. Ma non divaghiamo.
Compio questo mio gesto, inteso come atto finale del suddetto progetto fallimentare, consapevole che sarà anch'esso fallimentare, e che probabilmente i suddetti inquirenti staranno adesso ridendo di un goffo incidente domestico, piuttosto che indagare su uno spettacolare tentativo di suicidio. Che poi, nel caso riuscisse, tentativo non sarebbe. Ma non divaghiamo.
Dicevamo, dunque. Un prete direbbe: "Siamo qui riuniti, oggi"; ma non essendo io un prete, non posso prendermi tale licenza poetica.
Siamo qui riuniti, oggi, per celebrare l'atto conclusivo della fallimentare vita di un infame, tale D. secondo le cronache. Stando ai racconti di quelli che mi hanno conosciuto in vita, non si tratta d'altro che di un uomo comune, sulla trentina, capelli in ordine e schiena curva; scoliosi, tranquilli.
Nessun precedente penale, nessun risultato eccelso. Niente droga, niente fumo, niente serate in discoteca. Nessun incidente stradale, nessuna tintura ai capelli. Non un tatuaggio, non una follia. Un uomo comune, appunto.
Un ragazzo convinto che la vita è una ed una sola, e che per questo vada vissuta in maniera onesta, oculata, ponderando bene scelte che potrebbero rivelarsi irreparabili, attento al bilancio delle emozioni con un occhio rivolto alla voce "Sentimenti".
Eh già, perché dagli archivi risulta che il signor D. abbia capito, con notevole ritardo rispetto al Don Abbondio manzoniano, di essere anch'egli un vaso di coccio costretto a viaggiare in mezzo a tanti vasi di ferro. E ciò non fu mai motivo di scoramento per il suddetto, sia chiaro: fregiandosi di una consapevolezza molto più attuale di quella del suddetto curato, il qui presente signor D., nella redazione di tali deliranti memorie, ritiene necessario precisare che a circondarlo non son vasi di ferro, bensì vasi da notte.
Pronti, in quanto tali, a riempirsi dei liquami del più infetto degli esseri umani, ad accogliere i suoi rifiuti corporei, solidi o liquidi che siano. Se mi passate il francesismo, oserei dire "ad ingoiare tutta la m***a che un qualsivoglia esemplare del genere umano riesca in essi a riversare", citando a braccio uno sconosciuto scritto attribuibile probabilmente a blasonati scrittori non meglio identificati.
Giungo a tali conclusioni dopo un'attenta analisi della società che mi circonda, in quanto consapevole che ciò a cui andiamo incontro è la deriva dei sentimenti, il medioevo della verità, l'arrembante assalto finale della stupidità agli animi degli stupidi.
Decido quindi di porre fine a questa fallimentare esistenza con un fallimentare gesto in quanto desideroso di mantenere la mia identità. Non sono interessato ai vostri giochi di sentimenti, al vostro baratto di emozioni. Non sono interessato al vostro gergo da social network, preferisco arroccarmi nell'epoca che mi appartiene, in quella che mi ha dato i natali. Non voglio che le mie parole diventino virali, non voglio che i miei sorrisi siano solo finalizzati ai like, non voglio che le mie passioni diventino solo un modo per avere visibilità.
Ebbene si, signori, perché siamo passati dall'epoca in cui i bambini facevano a gara a chi aveva il gingillo più lungo, a quella in cui si confronta il numero di like raggiunti con un determinato post.
Ci tengo a precisare, ed invito in questa sede i suddetti signori inquirenti a verbalizzarlo, che io vivo il male dell'epoca corrente. Vivo l'esasperazione di chi ha visto il proprio mondo sgretolarsi sotto le proprie mani, senza poter far nulla per fermare questo scempio. Questo mio atto finale è solo un grido di denuncia rivolto a coloro i quali in questi circa trent'anni (tanti me ne danno, talmente sono impegnati a scorrere la home) non hanno capito quale male mi stringesse il cuore, a quanti hanno preferito, nell'amicizia, una "sv****na" ad una relazione stabile, in quanto enormemente gratificante secondo il parer comune; a quanti hanno dato per scontato ciò che da sempre c'era, e che tra poco non ci sarà più.
Decido di porre fine a questa mia esistenza, in pieno possesso delle mie facoltà mentali, senza remora alcuna, avendo sommariamente premeditato il tutto, perché preferisco la coerenza alla mia vita. Preferisco allontanarmi da una vita che ha smesso di appartenermi già da diverso tempo, preferisco tirarmi fuori dallo sciabordio delle acque che mi trasportano lontano dai miei obiettivi, preferisco tirarmi fuori dalla fiera dell'ipocrisia in cui ciascuno di voi ha qualcosa da mettere in bella mostra.
Riconosco a tutti le loro colpe, ed in un grande atto di magnanimità riconosco a me stesso le mie. Riconosco di aver sbagliato ad ammalarmi della cosiddetta "sindrome del rancore indotto", ossia quella patologia che insorge quando una persona tutta d'un pezzo, che non vede grigi ma solo bianchi e neri, decide di ascoltare entrambe le parti impegnate in una contesa, finendo per odiarle entrambe seguendo dei logici ragionamenti basati su sospiri, evidenze, sputi, salvo poi ritrovarsi nel ruolo antropologico del terzo incomodo, quando le suddette parti decidono di pulirsi il c**o con la precedente contesa, impersonando i ruoli di pesci rossi sociali.
Ad essere tutto d'un pezzo, nella vita, ci guadagni solo il rischio di spezzarti.
Decido, in preda ad un evidente delirio di onnipotenza, di riconoscermi il capo di imputazione di fesso, in quanto fin troppo facilmente manipolabile da esigenze e contingenze affettive. Fesso nella vita, fesso nell'animo.
Ai signori inquirenti, che sono certo essere gli unici ad essere giunti in fondo a questo mio scritto in quanto ad esso legati da vincoli lavorativi e/o investigativi, chiedo solo di tramandare ai miei conoscenti, ed alle autorità di competenza, un breve epitaffio, da celebrare per i secoli a ve**re:
Mi avete rotto i co****ni."
G.