27/05/2026
Il caldo è già pieno, quasi fuori stagione, di quelli che anticipano l’estate senza chiedere permesso. Fin dal mattino l’aria è ferma, sopra i venticinque gradi, e la giornata promette di scorrere lenta, come certi mercoledì qualsiasi.
Solo che non lo è.
Lavoro sì, certo, ma da un luogo diverso: la biblioteca di Inveruno. Fuori il sole batte, dentro invece le immagini parlano.
È il tempo del Inver1 Photo Fest, un appuntamento che negli anni ha preso forma grazie a chi crede che la fotografia non sia solo estetica, ma un modo per leggere il mondo.
Nelle sale dedicate alle mostre, sguardi diversi si incontrano: storie, visioni, frammenti di realtà fermati in uno scatto.
Ma è questa mattina a rendere tutto diverso.
Come accade ormai da qualche anno, arriva un gruppo di ragazzi con disabilità, accompagnati dai loro educatori.
Non entrano in punta di piedi: portano con sé curiosità, spontaneità, una presenza che cambia il ritmo della giornata.
Io li accompagno, li guido tra le immagini. O almeno, penso di farlo.
Racconto cosa c’è dietro uno
scatto: intenzioni, scelte, messaggi.
Cerco parole semplici, lineari. Loro ascoltano, alcuni in silenzio, altri no.
Qualcuno osserva a lungo, qualcuno domanda, qualcuno sorride senza dire niente.
E pian piano, quasi senza accorgermene, il senso si sposta.
Non sono più solo io a spiegare.
Sono loro che restituiscono qualcosa alle immagini.
Le attraversano in modo diretto, senza filtri. Dove spesso noi analizziamo, loro sentono.
Dove cerchiamo significati, loro reagiscono.
C’è una mostra "difficile" quest’anno nell'area "young", è dedicata alle guerre nel mondo, alla guerra dentro le persone.
Immagini dure, senza sconti. Viene proposta a ragazzi e ragazze premettendo che le immagini potrebbero essere troppo forti.
Non tutti scelgono di vederla, ed è giusto così. Chi resta in Sala Virga decide di posare accanto alla foto che l'ha colpito di più.
Chi entra invece, entra davvero: fa domande, prova a capire, si espone.
E in quella partecipazione c’è qualcosa di autentico, quasi disarmante.
Un’ora passa veloce. Troppo veloce.
Alla fine della visita ci ritroviamo tutti insieme.
Una foto di gruppo davanti ad ogni fotoclub che ha esposto, un momento semplice, uno scatto che rimanga di ricordo a coloro che Inver1 l'hanno organizzato.
Poi arriva un regalo: una piantina con uno splendido fiore rosa.
E' una pianta salvata, curata, riportata a vivere con amore con una margherita dai petali colorati con la firma degli autori "CSE Arcobaleno".
È difficile non capire. È impossibile restare indifferenti.
Non è un oggetto, è un gesto.
È un’idea: che ciò che sembra fragile o imperfetto può rifiorire, se qualcuno se ne prende cura.
E lì, in quel momento, qualcosa si chiarisce anche per me.
Non è solo una mattina passata ad accompagnare qualcuno in una mostra.
È qualcosa che resta. Perché torno a casa con una sensazione diversa: più essenziale, più concreta. Come se, per un attimo, fosse stato più facile riconoscere cosa conta davvero.
Forse è per questo che certe storie meritano di essere raccontate.
Non perché siano straordinarie, ma perché ci avvicinano, con discrezione, a qualcosa che troppo spesso smettiamo di vedere davvero
[fuggiasca Cri] Cristina De Tullio