15/01/2023
“Per cambiare le cose è necessario partire dal fattore umano. E dal fattore umano vogliamo partire”
SICUREZZA STRADALE: IL FATTORE UMANO
«La tendenza comune è pensare che a noi non è mai successo e non succederà mai. In parte, questo approccio serve a permetterci di muoverci perché, se avessimo sempre in mente i rischi effettivi presenti sulle nostre strade, probabilmente non le percorreremmo più, quasi terrorizzati. L'altro volto della medaglia, però, è il fatto che questo nascondersi dietro la scusa che a noi non capiterà mai impedisce di vivere la piena consapevolezza di quel che accade in strada e quindi di porre in atto comportamenti diversi. Dove non c'è conoscenza, ci sono luoghi comuni». Ce lo spiega la dottoressa Claudia Ferron, psicologa del traffico.
La psicologia del traffico è la materia che si occupa dello studio del fattore umano nell'incidentalità stradale, fattore determinante assieme all'ambiente e ai veicoli. Si tratta fra le altre componenti, di percezione, attenzione, rischio e personalità. La dottoressa Ferron evidenzia diversi tipi di personalità tra gli utenti della strada: dai soggetti predisposti al rischio, che quindi, talvolta, ricercano soluzioni rischiose, a quelli più timorosi che quindi si pongono in modo dubbioso nelle situazioni. «In realtà, queste due tipologie di soggetti accrescono in maniera similare la possibilità di incidente in quanto, seppur per motivi diversi, sottovalutano o sopravvalutano ogni situazione. La responsabilità, invece, è nell'avere una chiara idea della situazione in cui ci poniamo, distinguendo chiaramente le possibilità attraverso l'attenzione».
Ed è proprio l'attenzione uno dei punti chiave sulla strada: «Siamo sicuri che l'essere umano sia in grado di adattare naturalmente la sua capacità di attenzione alla velocità di un'automobile? Non credo. Fisiologicamente un essere umano è in grado di gestire abbastanza tranquillamente l'attenzione a velocità abbastanza basse, quelle che ottiene a piedi, ad esempio, o in bicicletta. Più la velocità si alza, e un motore può alzarla di molto, più questo richiede uno sforzo e, nel traffico, questo sforzo è più complesso per i vari elementi da conciliare. L'ingegneria e la tecnologia non sono progredite di pari passo con le nostre naturali capacità». Anche perché l'attenzione viene distratta da vari fattori, tra cui, non ultima la rabbia, il nervosismo: quando ci si arrabbia, infatti, si tende a concentrare l'attenzione sull'oggetto della rabbia, trascurando tutto quel che accade intorno. Tutto questo, si inserisce, in una cultura della strada che, da molto tempo, è "autocentrica".
«Credo sia difficile da negare: l'idea comune è che al centro delle nostre strade ci sia l'automobilista, che le strade siano in primis per le automobili: così non è e non può essere. Dico di più: sembra che le persone, nella loro auto, si sentano quasi più importanti, come se lo stare dietro quel vetro influisse. Perché c'è la tendenza a spazientirsi subito appena si rallenta e si percorre un tratto di strada dietro a un ciclista? Perché in questa cultura "autocentrica", il non detto è: "io in auto non posso dover rallentare per una bicicletta". Errore di concetto. Spesso, infatti, come cambia la modalità di spostamento, cambia anche la percezione. Uno dei passi importanti è, tra l'altro, la conoscenza degli altri mezzi in strada, di come ci si senta quando non si è più automobilista ma pedoni e ciclisti, utenti più fragili. E, sia chiaro, anche viceversa». Qui si fa strada una parole importante: condivisione. Spesso, infatti, l'insicurezza delle nostre strade è data dall'impossibilità di dialogo fra coloro che viaggiano in strada e «se non si è sperimentato quello che vive l'altra persona, questo dialogo si fa sempre più difficile».
«In ogni incontro dico sempre che bisogna considerare il mezzo di cui si ha la responsabilità. Più il mezzo che si guida è grosso, pesante, veloce, più alto è senso di responsabilità che bisogna avere perché la perdita di controllo di un simile mezzo crea sempre maggiori rischi. Tutti devono fare attenzione, ma questo è un elemento da considerare». Qui la dottoressa Ferron riflette sulla considerazione che spesso si sente fare rispetto alla velocità: “Va bene andare più piano in alcuni tratti, ma poi bisogna anche essere liberi di accelerare perché si ha da fare, non si può perdere tempo". Proprio su questo "si ha da fare" ricade la sua attenzione. «Quanto è effettivamente il tempo che non possiamo perdere? Quanto è vero che non abbiamo tempo? Quanto invece non è una percezione? Sì, perché spesso il tempo che non abbiamo come automobilisti per rallentare incontrando un ciclista, lo abbiamo per cose che in realtà ci sottraggono più tempo».
Per questo passaggio, è necessario agire sulla formazione, soprattutto dalle fasce di età più basse in quanto lì il cambiamento può avvenire in maniera più agevole. Dai più giovani può nascere un nuovo tipo di mobilità: «Quando accompagnano un bambino, anche i genitori sono più propensi a partecipare a incontri che parlino di modifiche di abitudini su temi così importanti. Accade spesso che, poi, sia il bambino un adulto su determinati comportamenti, sconfiggendo la teoria del "si è sempre fatto così, perché cambiare?". Spesso, chi la dice teme il cambiamento perché non saprebbe come affrontarlo. Questa è la base». Qualcosa, in realtà, sta già cambiando, l'esempio è stato toccato con mano proprio dalla dottoressa Ferron, in alcune zone dove sono situate scuole: «Ci sono già genitori che parcheggiano l'auto distante dalla scuola e percorrono un tratto a piedi con i figli. In quel tratto a piedi, si può parlare, raccontare, quel tratto a piedi può essere bello. Basta poco per cambiare le cose».
Per cambiare le cose, è necessario partire dal fattore umano. E dal fattore umano vogliamo partire.
Per Alvento Magazine - Stefano Zago
Foto: SprintCyclingAgency
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