26/01/2026
Parma, sopralluogo.
La torre si è svegliata prima degli altri.
Ha alzato le sue antenne come fossero capelli al mattino: disordinati, necessari, un po’ patetici.
Sotto, i corpi bassi ancora dormono, rassegnati.
Questa è edilizia privata degli anni ’50: qualcuno ha creduto che bastasse salire in alto per chiamarla modernità.
Poi sono arrivati i decenni.
E con loro l’incuria gentile di chi abita senza più aspettative.
Le finestre sono precise, allineate come in un registro di classe.
Ma nessuno ha chiesto a questa torre se voleva davvero crescere così, sola, in mezzo a un cielo che sembra sempre sul punto di arrendersi.
Guardo questo edificio e penso a quante persone, in settant’anni, hanno attraversato quegli stessi corridoi.
Hanno appeso i panni su quei balconi.
Hanno guardato fuori sperando in qualcosa di diverso.
Poi penso che l’architettura italiana ha sempre avuto un problema con l’altezza: non sappiamo se vogliamo elevarci o solo distinguerci.
Alla fine costruiamo torri che sono soprattutto solitudini verticali.