22/06/2026
Ieri è mancato Elvio Fassone, magistrato di lungo corso e autore del bellissimo libro "Fine pena: ora".
Condividiamo la recensione pubblicata qualche anno fa sul nostro sito dal past president Alessandro Brùstia
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Fine pena: ora
Elvio Fassone
Un lungo e complicato processo di criminalità organizzata in Corte d’Assise, con centinaia di imputati e lunghe ed estenuanti udienze. Clima difficile, a tratti insostenibile: la sfida tra criminalità e Stato si percepisce palesemente. Eppure il Presidente della Corte, da uno sguardo o da qualche parola scambiata velocemente con Salvatore, uno degli imputati, giovane capo mafia, intuisce che forse con lui si può stabilire un contatto che vada al di là del freddo rapporto giudice-imputato.
Intuisce che dietro a un imputato – per quanto pluriomicida - c’è un uomo, dolorosamente rassegnato al proprio destino di ergastolano: “Presidente, se suo figlio nasceva dove sono nato io adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”. Il Giudice rimugina a lungo su queste parole e il giorno dopo avere firmato la sentenza che condanna Salvatore e tanti altri all’ergastolo (quindi “spegnendogli la vita, anche se dietro lo scudo della legge”), quasi irrazionalmente prende carta e penna e gli scrive, inviandogli “Siddharta” di Hermann Hesse.
Prende così il via a un carteggio che durerà 26 anni. “Fine pena mai” è la storia, vera, di questo carteggio, del rapporto epistolare quasi paradossale tra chi, Salvatore, ha ucciso, e chi lo ha giudicato, stabilendo che fosse troppo pericoloso per non essere privato della sua libertà per sempre.
A scrivere è un magistrato di grande prestigio, poi senatore per due legislature, che, partendo dalle angosciose esperienze di Salvatore nei vari carceri d’Italia, tocca svariati temi, dal senso profondo della pena (anche sotto il profilo dell’incostituzionalità dell’ergastolo o quantomeno dell’ergastolo ostativo), alla drammatica situazione delle nostre carceri, alla reale possibilità di rieducazione del condannato all’inumanità lacerante del regime del 41 bis: particolarmente toccanti, tra gli altri, i racconti di Salvatore del primo permesso premio dopo decenni di carcere duro (“non sapevo nemmeno camminare...fuori è tutto nuovo per me, le macchine, la roba che c’è nei negozi, la gente com’è vestita, anche il fatto di pagare con l’euro”) e della fine della relazione con Rosi, la ragazza che gli ha sempre dato la forza per andare avanti, seguendolo fedelmente per tutte le carceri, salvo poi accorgersi amaramente dell’impossibilità di avere un futuro e una famiglia con un ergastolano.
In definitiva un libro che affronta temi tanto coraggiosi quanto, in questi tempi manettari e giustizialisti, clamorosamente impopolari: averli affrontati proponendo una storia vera eppure così particolare, a tratti sicuramente commovente, fa di questo “Fine pena: ora” un grande libro.