06/04/2026
Ci sono immagini da cui non riesco a distogliere lo sguardo.
Questo ritratto del 1962 di Michele Toya, scattato da Ferdinando Scianna, è una di quelle.
Non c’entra niente il bello o il brutto, almeno nel senso estetico a cui siamo abituati.
È un volto severo.
Uno sguardo ipnotico.
Un volto profondamente, inevitabilmente tragico.
Eppure resta lì, fermo, e ti trattiene.
Ti chiama in un punto che non sai spiegare, ma che senti.
È come se il tempo si aprisse, e tu restassi sospesa dentro quello sguardo, incapace di uscire.
Potrei restare qui a guardarlo per ore, senza stancarmi, senza trovare una fine.
Forse è questo il potere della fotografia.
Non mostrarti qualcosa, ma impedirti di smettere di guardare.
Scianna è uno di quei fotografi che mi fanno nascere un desiderio preciso, quasi fisico:
se potessi tornare indietro nel tempo, vorrei conoscere le persone che ha ritratto.
Non per sapere chi erano.
Ma per capire cosa c’era, davvero, in quello sguardo.
Perché in questi volti non c’è solo una persona.
C’è una connessione.
Qualcosa che attraversa il tempo e arriva fino a noi, intatto.
E questo ritratto è uno di quei punti in cui tutto questo accade.