15/09/2026
C’è stato un tempo in cui la domenica pomeriggio non era il divano con lo smartphone in mano, ma un batticuore che cominciava già alle tre.
Si andava al turno pomeridiano della discoteca Gaudio Noctis, in corso Regina Maria Pia, di cui mia moglie conserva ancora i biglietti d’ingresso che vedete in foto, targati 1984.
Prepararsi era un rito sacro, un codice preciso in cui ogni dettaglio contava.
Si apriva l'armadio e si tirava fuori l’armatura dell'epoca: la felpa Best Company con i ricami colorati ben in vista, oppure la polo della Lacoste con il colletto rigorosamente alzato. Sotto, i jeans Levi’s 501 o i Carrera, stretti in fondo con il classico risvolto fatto a mano per mettere in risalto le calze a rombi Burlington e le scarpe d'ordinanza: i mocassini Sebago con i penny infilati nella mascherina, gli scarponcini Timberland lucidati a dovere o un paio di Superga candide. Se tirava vento di mare, addosso ci andava lo Schott di pelle nera, il bomber Avirex o il piumino lucido Moncler, lasciati poi con noncuranza sulle spalle o legati in vita. Una nuvola di Fahrenheit o di Pino Silvestre, una passata di gel sui capelli o una cotanatura decisa per le ragazze, e si era pronti.
Poi montavi sul Sì, sul Ciao o sulla Vespa 50 Special, oppure scendevi alla stazione di Lido Centro con il trenino, e ti incamminavi a piedi lungo Corso Regina Maria Pia con quel misto di euforia e pura ansia da prestazione.
L'appuntamento era lì, davanti all'ingresso. Il marciapiede invaso da una distesa di manubri e marmitte a espansione, la folla radunata a fare capannello, lo zainetto Invicta a righe colorate o la tracolla Naj-Oleari tenuti stretti, e lo sguardo fisso verso la porta per capire se il buttafuori ti avrebbe squadrato dall'alto in basso prima di darti il via libera.
E poi, finalmente, si entrava.
Lasciarsi alle spalle la luce del giorno per entrare nel regno del buio, tra l'odore dolciastro della macchina del fumo, il velluto dei divanetti, i riflessi degli specchi alle pareti, la luce fluo e i colpi di cassa che ti rimbombavano dritti nello stomaco. Il biglietto stropicciato in mano con il tagliandino per la consumazione al bancone — una Coca-Cola nel bicchiere di plastica o una Lemonsoda per darsi un tono — mentre studiavi la pista rotonda, appoggiato alla balaustra in ottone.
C’era chi si lanciava subito al centro a ballare i successi dell'Italo Disco e del pop inglese sparati dal DJ a volume assordante, e chi invece rimaneva ai bordi a studiare la ragazza della scuola vicina — con i suoi pantaloni a vita alta, la cintura El Charro e la giacca oversize — sperando che verso le sette e mezza il DJ calasse i giri con il blocco dei lenti per trovare il coraggio di invitarla.
Poi la musica sfumava all'improvviso, le luci bianche dei neon si riaccendevano spietate e si risalivano quelle scale. L'impatto con l'aria fredda della strada, la vista che doveva riabituarsi alla luce del crepuscolo, quel fischio sordo nelle orecchie che ti avrebbe fatto compagnia tutta la sera e la corsa col motorino per non sforare l'orario del rientro a casa per cena.
Ci sono stato poche volte, forse solo una manciata di domeniche. Eppure quel locale in Corso Regina Maria Pia, con le nostre felpe colorate e i nostri sedici anni addosso, è rimasto lì per sempre. Congelato nella parte più bella e leggera della nostra vita.