21/05/2026
STRATEGIA DELLA PRESSIONE
A Cuba si torna a parlare di guerra
Paura, memoria e sopravvivenza nelle voci raccolte in videochiamata
Gli Stati Uniti stringono nuovamente la morsa su Cuba. In una escalation politica e giudiziaria senza precedenti degli ultimi anni, il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato l’incriminazione di Raul Castro, novantaquattrenne ex presidente cubano e fratello di Fidel Castro, insieme ad altre cinque persone legate ai vertici dell’isola. Una decisione che all’Avana viene letta non soltanto come un atto giudiziario, ma come un ulteriore segnale di irrigidimento nei rapporti tra Washington e Cuba.
In un Paese già piegato dalla crisi economica, energetica e sociale, la notizia ha avuto un impatto psicologico enorme. Per molti cubani non è tanto il timore immediato di un’invasione militare, quanto la sensazione che la pressione internazionale stia entrando in una nuova fase.
A Cuba la parola guerra non arriva mai come un fulmine improvviso. Arriva lentamente, insinuandosi nelle conversazioni quotidiane, nei notiziari ascoltati a bassa voce, nelle discussioni davanti alle bodegas vuote, nei blackout che spengono interi quartieri e lasciano le persone sole con il rumore dei generatori e delle paure.
Negli ultimi mesi, mentre le tensioni tra Washington e L’Avana sono tornate a salire, sull’isola si è ricominciato a parlare apertamente di un possibile attacco americano. Non come una previsione militare concreta, ma come una paura collettiva che riaffiora ogni volta che il linguaggio politico si fa più aggressivo.
Ho raccolto alcune testimonianze telefoniche e in videochiamata tra L’Avana, Santa Clara e Holguin.
Mariam T. vive a Santa Clara. Mi risponde durante uno dei tanti blackout che scandiscono ormai la quotidianità cubana. Lo schermo del telefono illumina appena il volto.
«Noi cubani siamo abituati a vivere nelle emergenze» racconta. «Ma questa volta la gente ha paura perché manca tutto. Se succedesse davvero qualcosa, non sapremmo nemmeno come affrontarlo, neanche il futuro forse, va a chiudersi.»
Sul tavolo tiene alcune bottiglie riempite d’acqua, conserve, candele e medicinali recuperati grazie ai parenti emigrati all’estero.
«La preparazione ormai è questa» continua. «Accumulare quello che si riesce a trovare. Non pensiamo a una guerra come nei film. Pensiamo a sopravvivere senza luce, senza medicine, senza trasporti.»
Nelle sue parole non c’è retorica politica. C’è piuttosto la stanchezza di una popolazione che vive da anni in equilibrio precario e che sente ogni nuova tensione internazionale come un ulteriore peso sulle proprie spalle.
Nel quartiere di Regla, , il quartiere popolare affacciato sulla baia dove il mare sembra sempre troppo vicino alla Florida e alla Storia, parlo con Raul, ex lavoratore portuale ricoverato due giorni fa per problemi ai polmoni. Seduto davanti al mare osserva le navi entrare lentamente nella baia dell’Avana.
«Qui la guerra la sentiamo da sessant’anni» racconta. «Anche quando non sparano. Gli ospedali non hanno medicine e i medici curano quelli che hanno più bisogno»
Per lui il problema non è soltanto militare, ma psicologico.
«Ogni volta che negli Stati Uniti cambiano tono contro Cuba, qui cambia l’atmosfera. La gente torna a parlare di invasioni, della Baia dei Porci, della crisi dei missili. I vecchi ricordano, i giovani ascoltano e si spaventano.»
Mi mostra in video un piccolo zaino preparato in casa.
«Documenti, acqua, una radio, batterie. È poco, ma la gente vuole sentirsi pronta a qualcosa.»
Più tardi riesco a parlare con Rafael, insegnante in pensione dell’Avana. La connessione cade più volte. Intorno a lui la casa è immersa nella penombra di un altro blackout.
«La paura cresce quando manca informazione chiara» spiega. «E qui le informazioni arrivano sempre frammentate. Così ognuno immagina il peggio.»
Rafael però non crede davvero a un’invasione imminente.
«Gli Stati Uniti non hanno bisogno di attaccare Cuba militarmente» dice. «L’isola è già stremata economicamente. La pressione esiste già ogni giorno.»
Secondo lui è proprio questa la strategia che molti cubani percepiscono: una pressione continua, economica, diplomatica e psicologica, che pesa enormemente su una popolazione già esausta.
«La nostra paura non è vedere i carri armati americani» aggiunge. «La nostra paura è che Cuba continui lentamente a spegnersi.»
Anche nelle città più piccole come Holguin, dove la gestione di emergenze come il ritiro della spazzatura funziona meglio che nella Capitale, Mercedes, una musicista che viveva bene con gli spettacoli negli hotel, i concerti in giro sull’isola ed a volte anche in Messico mi dice che la maggior parte della popolazione è stremata, ma che mai vorrebbe vedere il suo Paese invaso da altri eserciti. – Hai avuto la sensazione che qualcosa sia cambiato? Pensi che Cuba possa avere la capacità di offendere un altro Paese? – Mercedes sorridendo mi risponde secca: - Da mesi non abbiamo elettricità, carburante, acqua (i pozzi funzionano con le pompe elettriche n.d.r.). Mi hanno detto che gli aerei dell’aviazione non si alzano in volo non so da quanti mesi, come potremmo offendere qualcuno??? Però è sicuro che se ci attaccano troveremmo l’orgoglio, che insieme alla solidarietà ci ha sempre contraddistinto, ci difenderemo fino alla fine. Si può o no essere d’accordo col governo, ma la nostra indipendenza, il nostro modello per quanto vacillante non può essere negoziato con nessuno. -
A Reinan, giovane fotografo di moda, chiedo se si vedono tra i suoi coetanei preparativi per un eventuale conflitto ma in periferia si continua a vivere nonostante tutto come prima. – Io vedo i miei amici che stanno sulla strada bevendo cerveza e non danno minimamente la sensazione di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Tutti quelli della mia età sono abituati a vivere con l’emergenza (dal COVID in poi il Paese non si è più ripreso ) e chi non è riuscito a costruirsi i suoi spazi è andato via. Ti mandano le foto con dei grandi macchinoni come se fossero di loro proprietà e poi vieni a sapere che non riescono neanche a garantirsi il pasto principale. Ecco come li lascia l’America dei loro sogni.-
Le loro testimonianze raccontano un Paese molto diverso da quello evocato dalla retorica geopolitica internazionale. Non un’isola pronta ad attaccare qualcuno, ma una società che cerca disperatamente di sopravvivere a una crisi energetica ed economica devastante.
A Cuba oggi manca quasi tutto: carburante, elettricità, medicinali, trasporti efficienti, pezzi di ricambio. Interi quartieri restano senza corrente per ore, a volte per giorni. In molte zone manca persino l’acqua perché senza energia non funzionano le pompe.
Dentro questa fragilità quotidiana, anche le parole diventano pesanti.
Camminando virtualmente dentro queste videochiamate interrotte dai blackout emerge una Cuba sospesa: stanca, impoverita, ma ancora capace di ironia, dignità e resistenza.
E forse è proprio questa la contraddizione più forte. Mentre nei linguaggi della politica internazionale Cuba continua a essere evocata come minaccia simbolica, nelle case dei cubani la preoccupazione concreta è molto più semplice e drammatica: trovare acqua, medicine, elettricità e riuscire ad arrivare al giorno dopo.
E la portaerei statunitense Nimitz è stata schierata nei Caraibi…..
Luciano del Castillo
Luciano Escondido
The rear of a Cuban SU-100 Model 1969 tank destroyer is displayed at the Museum of the Revolution in Havana, Cuba, October 17, 2025.
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