Luciano del Castillo

Luciano del Castillo “People in my pictures preserve all the beauty that human beings express in their existence, and I want to be their dream keeper".

Luciano del Castillo

Reporter, Journalist delcastillo.myportfolio.com/work
[email protected] Luciano del Castillo - Everything you ever wanted to know about him but were afraid to ask


I was born in a city that was hot, hot in summer, hot in winter, sometimes with the rain coming in between. A city on an island where, according to Tomasi di Lampedusa, things had to change in order t

o stay the same. Generations of wizened faces, black eyes squinting under the Mediterranean sun, watched the changes, the city spreading into the surrounding hills, shiploads of olives and ripe oranges passing through the port, and blood staining the streets and arid land in ancient vendettas. They knew more than most that Palermo had baked in the heat far too long to be able to change fast. When I first used to pound the streets of Palermo, as a reporter for ¥›LÌora›™, I used to go down to the port and breath in the smells that had been there for centuries. IÌd train my lens on the incoming boats and weather-worn fisherman and I could almost see the boatloads of Arabs, Greeks, Normans and Spanish that had arrived years before. They tried to steal the land and break the Sicilians, but in doing so, they created thick layers of a varied culture that stands alone in the Mediterranean in its richness. My fatherÌs ancestors were part of this richness, having come from the shores of Spain to the island. My motherÌs family, brought Austro-hungarian blood, blue eyes and an almost Nordic sense of independence, sensitivity, and organisation to the family. Looking back at my blood line, itÌs easy to trace my almost paranoic sense of puntuality and hard-work back to my motherÌs family. My fatherÌs ancestors, however, gave me my passion for life, for people and for the sometimes extreme and bizarre situations I put myself in during the course of my work. Having learnt my trade, I left Palermo with my camera to see what the rest of Europe had to offer. What followed was eye-opening experiences in Germany and Sarajevo and numerous collaborations with newspapers, news agencies and television in various European capitals. I honed my craft taking every job possible, often finding myself running through airports with a role of film, desperate to get it on a flight so it could safely arrive at its destination. Those were the days before digital, things were slower, more difficult, but we learnt fast.

Ci sono lavori che nascono da un’urgenza personale prima ancora che professionale.Per anni, da inviato nei luoghi più du...
28/05/2026

Ci sono lavori che nascono da un’urgenza personale prima ancora che professionale.
Per anni, da inviato nei luoghi più duri del mondo, ho fotografato guerre, crisi, rivolte. Ma a restarmi negli occhi erano soprattutto loro: le donne.

Nel 2014 pubblicai "Dalla luna al Vento" con Tempesta Editore un libro fotografico che raccoglieva 73 ritratti femminili incontrati lungo quei percorsi. Era, in fondo, una mia ribellione contro la violenza sulle donne.
Mentre noi uomini continuavamo a spararci addosso sui vari fronti, loro tenevano insieme la vita: preparavano il pane, curavano i feriti, proteggevano i figli, mandavano avanti il mondo nonostante tutto… nonostante noi.

Per questo mi emoziona sapere che due di quei ritratti oggi fanno parte della mostra “Le donne della Repubblica. Ottanta anni di conquiste nelle cronache dell’ . 1946–2026”: quello dell'astrofisica Margherita Hack e quello della fotografa Letizia Battaglia.

La mostra è visitabile gratuitamente fino al 01 agosto al Complesso di Vicolo Valdina, a Roma.

Un grazie a ANSA per questo percorso di memoria, immagini e libertà femminile.
Luciano Escondido

STRATEGIA DELLA PRESSIONEA Cuba si torna a parlare di guerraPaura, memoria e sopravvivenza nelle voci raccolte in videoc...
21/05/2026

STRATEGIA DELLA PRESSIONE
A Cuba si torna a parlare di guerra
Paura, memoria e sopravvivenza nelle voci raccolte in videochiamata
Gli Stati Uniti stringono nuovamente la morsa su Cuba. In una escalation politica e giudiziaria senza precedenti degli ultimi anni, il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato l’incriminazione di Raul Castro, novantaquattrenne ex presidente cubano e fratello di Fidel Castro, insieme ad altre cinque persone legate ai vertici dell’isola. Una decisione che all’Avana viene letta non soltanto come un atto giudiziario, ma come un ulteriore segnale di irrigidimento nei rapporti tra Washington e Cuba.
In un Paese già piegato dalla crisi economica, energetica e sociale, la notizia ha avuto un impatto psicologico enorme. Per molti cubani non è tanto il timore immediato di un’invasione militare, quanto la sensazione che la pressione internazionale stia entrando in una nuova fase.
A Cuba la parola guerra non arriva mai come un fulmine improvviso. Arriva lentamente, insinuandosi nelle conversazioni quotidiane, nei notiziari ascoltati a bassa voce, nelle discussioni davanti alle bodegas vuote, nei blackout che spengono interi quartieri e lasciano le persone sole con il rumore dei generatori e delle paure.
Negli ultimi mesi, mentre le tensioni tra Washington e L’Avana sono tornate a salire, sull’isola si è ricominciato a parlare apertamente di un possibile attacco americano. Non come una previsione militare concreta, ma come una paura collettiva che riaffiora ogni volta che il linguaggio politico si fa più aggressivo.
Ho raccolto alcune testimonianze telefoniche e in videochiamata tra L’Avana, Santa Clara e Holguin.
Mariam T. vive a Santa Clara. Mi risponde durante uno dei tanti blackout che scandiscono ormai la quotidianità cubana. Lo schermo del telefono illumina appena il volto.
«Noi cubani siamo abituati a vivere nelle emergenze» racconta. «Ma questa volta la gente ha paura perché manca tutto. Se succedesse davvero qualcosa, non sapremmo nemmeno come affrontarlo, neanche il futuro forse, va a chiudersi.»
Sul tavolo tiene alcune bottiglie riempite d’acqua, conserve, candele e medicinali recuperati grazie ai parenti emigrati all’estero.
«La preparazione ormai è questa» continua. «Accumulare quello che si riesce a trovare. Non pensiamo a una guerra come nei film. Pensiamo a sopravvivere senza luce, senza medicine, senza trasporti.»
Nelle sue parole non c’è retorica politica. C’è piuttosto la stanchezza di una popolazione che vive da anni in equilibrio precario e che sente ogni nuova tensione internazionale come un ulteriore peso sulle proprie spalle.
Nel quartiere di Regla, , il quartiere popolare affacciato sulla baia dove il mare sembra sempre troppo vicino alla Florida e alla Storia, parlo con Raul, ex lavoratore portuale ricoverato due giorni fa per problemi ai polmoni. Seduto davanti al mare osserva le navi entrare lentamente nella baia dell’Avana.
«Qui la guerra la sentiamo da sessant’anni» racconta. «Anche quando non sparano. Gli ospedali non hanno medicine e i medici curano quelli che hanno più bisogno»
Per lui il problema non è soltanto militare, ma psicologico.
«Ogni volta che negli Stati Uniti cambiano tono contro Cuba, qui cambia l’atmosfera. La gente torna a parlare di invasioni, della Baia dei Porci, della crisi dei missili. I vecchi ricordano, i giovani ascoltano e si spaventano.»
Mi mostra in video un piccolo zaino preparato in casa.
«Documenti, acqua, una radio, batterie. È poco, ma la gente vuole sentirsi pronta a qualcosa.»
Più tardi riesco a parlare con Rafael, insegnante in pensione dell’Avana. La connessione cade più volte. Intorno a lui la casa è immersa nella penombra di un altro blackout.
«La paura cresce quando manca informazione chiara» spiega. «E qui le informazioni arrivano sempre frammentate. Così ognuno immagina il peggio.»
Rafael però non crede davvero a un’invasione imminente.
«Gli Stati Uniti non hanno bisogno di attaccare Cuba militarmente» dice. «L’isola è già stremata economicamente. La pressione esiste già ogni giorno.»
Secondo lui è proprio questa la strategia che molti cubani percepiscono: una pressione continua, economica, diplomatica e psicologica, che pesa enormemente su una popolazione già esausta.
«La nostra paura non è vedere i carri armati americani» aggiunge. «La nostra paura è che Cuba continui lentamente a spegnersi.»
Anche nelle città più piccole come Holguin, dove la gestione di emergenze come il ritiro della spazzatura funziona meglio che nella Capitale, Mercedes, una musicista che viveva bene con gli spettacoli negli hotel, i concerti in giro sull’isola ed a volte anche in Messico mi dice che la maggior parte della popolazione è stremata, ma che mai vorrebbe vedere il suo Paese invaso da altri eserciti. – Hai avuto la sensazione che qualcosa sia cambiato? Pensi che Cuba possa avere la capacità di offendere un altro Paese? – Mercedes sorridendo mi risponde secca: - Da mesi non abbiamo elettricità, carburante, acqua (i pozzi funzionano con le pompe elettriche n.d.r.). Mi hanno detto che gli aerei dell’aviazione non si alzano in volo non so da quanti mesi, come potremmo offendere qualcuno??? Però è sicuro che se ci attaccano troveremmo l’orgoglio, che insieme alla solidarietà ci ha sempre contraddistinto, ci difenderemo fino alla fine. Si può o no essere d’accordo col governo, ma la nostra indipendenza, il nostro modello per quanto vacillante non può essere negoziato con nessuno. -
A Reinan, giovane fotografo di moda, chiedo se si vedono tra i suoi coetanei preparativi per un eventuale conflitto ma in periferia si continua a vivere nonostante tutto come prima. – Io vedo i miei amici che stanno sulla strada bevendo cerveza e non danno minimamente la sensazione di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Tutti quelli della mia età sono abituati a vivere con l’emergenza (dal COVID in poi il Paese non si è più ripreso ) e chi non è riuscito a costruirsi i suoi spazi è andato via. Ti mandano le foto con dei grandi macchinoni come se fossero di loro proprietà e poi vieni a sapere che non riescono neanche a garantirsi il pasto principale. Ecco come li lascia l’America dei loro sogni.-
Le loro testimonianze raccontano un Paese molto diverso da quello evocato dalla retorica geopolitica internazionale. Non un’isola pronta ad attaccare qualcuno, ma una società che cerca disperatamente di sopravvivere a una crisi energetica ed economica devastante.
A Cuba oggi manca quasi tutto: carburante, elettricità, medicinali, trasporti efficienti, pezzi di ricambio. Interi quartieri restano senza corrente per ore, a volte per giorni. In molte zone manca persino l’acqua perché senza energia non funzionano le pompe.
Dentro questa fragilità quotidiana, anche le parole diventano pesanti.
Camminando virtualmente dentro queste videochiamate interrotte dai blackout emerge una Cuba sospesa: stanca, impoverita, ma ancora capace di ironia, dignità e resistenza.
E forse è proprio questa la contraddizione più forte. Mentre nei linguaggi della politica internazionale Cuba continua a essere evocata come minaccia simbolica, nelle case dei cubani la preoccupazione concreta è molto più semplice e drammatica: trovare acqua, medicine, elettricità e riuscire ad arrivare al giorno dopo.
E la portaerei statunitense Nimitz è stata schierata nei Caraibi…..
Luciano del Castillo
Luciano Escondido

The rear of a Cuban SU-100 Model 1969 tank destroyer is displayed at the Museum of the Revolution in Havana, Cuba, October 17, 2025.
Copyright 2025© Luciano del Castillo/Archivio DEL CASTILLO Copyright. Tutti i diritti riservati. Questo materiale non può essere pubblicato, trasmesso, riscritto o ridistribuito. All rights reserved. This material may not be published, broadcast, rewritten or redistribute

La generazione che ha cambiato tutto e che oggi non si riconosce piùAl Salone del Libro il comico sale sul palco e fa ri...
17/05/2026

La generazione che ha cambiato tutto e che oggi non si riconosce più

Al Salone del Libro il comico sale sul palco e fa ridere tutti. Prende in giro i palinsesti eterni, i talk show che sembrano girare in cerchio, i delitti raccontati a ogni ora del giorno e della notte, i ministri “troppo tranquilli” delle ultime quarantotto ore, le facce televisive diventate arredo urbano. Il pubblico ride perché riconosce il meccanismo: la televisione italiana ormai vive spesso di ripetizione, nostalgia e rassicurazione. Cambiano i loghi, le grafiche, le piattaforme, ma il linguaggio sembra sempre lo stesso.

Eppure, dietro quella comicità, c’è qualcosa di molto più serio. Perché non è cambiata soltanto la televisione. Sono cambiati tutti i mestieri della comunicazione. Sono cambiati i giornali, la fotografia, il cinema, la radio, perfino il modo di guardare il mondo.

E forse il punto vero non è nemmeno il cambiamento tecnologico. Il punto è anagrafico.

Esiste una generazione — quella nata tra gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta — che ha vissuto la più grande trasformazione culturale e professionale dell’ultimo secolo. Una generazione cresciuta nell’analogico e precipitata nel digitale. Che ha visto nascere le televisioni private, le grandi redazioni, le agenzie fotografiche, il giornalismo di strada, le camere oscure, i fax, i telefoni satellitari, internet, i social network e infine l’intelligenza artificiale.

Noi fotografi, ad esempio, arriviamo da un altro pianeta.

C’era un mercato diverso. Non necessariamente migliore, ma diverso. Le fotografie avevano un tempo, un peso, una selezione. Esisteva l’attesa dello sviluppo, la scelta di uno scatto, il valore della pubblicazione. Una fotografia non era soltanto un’immagine: era un documento, una testimonianza, una firma professionale.

Oggi viviamo immersi in miliardi di immagini quotidiane. Tutti fotografano tutto. Tutto viene consumato in pochi secondi. L’immagine non è più memoria: è flusso.

Il fotografo, come il giornalista, il cameraman o il grafico, non vende più soltanto competenza. Deve rincorrere algoritmi, velocità, piattaforme, engagement. Il lavoro creativo viene spesso ridotto a contenuto; il contenuto ridotto a prodotto; il prodotto ridotto a dato economico.

Ed è qui che nasce quel senso di smarrimento che molti fanno fatica ad ammettere.

Non è nostalgia sterile. Non è il solito “si stava meglio prima”. È qualcosa di più profondo: è la sensazione di appartenere a una generazione che ha costruito il cambiamento e che ora fatica a riconoscersi nel mondo che quel cambiamento ha prodotto.

Abbiamo combattuto per rendere tutto più veloce, accessibile, democratico. E ci siamo riusciti. Ma dentro questa accelerazione abbiamo anche perso rituali, tempi morti, autorevolezza, perfino il diritto all’esperienza.

Oggi un ragazzo può girare un reportage con un telefono, montarlo in un’ora e raggiungere milioni di persone senza passare da alcuna redazione. È una conquista straordinaria. Ma contemporaneamente chi ha passato quarant’anni a costruire uno sguardo professionale vede dissolversi il confine tra mestiere e improvvisazione.

La verità è che molte professioni culturali stanno vivendo una crisi di identità prima ancora che economica.

Per decenni il lavoro creativo era anche appartenenza sociale. Dire “sono fotografo”, “sono giornalista”, “lavoro in televisione” significava entrare in una comunità, in un linguaggio, in un riconoscimento reciproco. Oggi spesso significa soltanto stare dentro una competizione continua dove ogni contenuto deve performare immediatamente.

La televisione, in fondo, è lo specchio di tutto questo. Per questo il comico del Salone del Libro fa ridere così tanto: perché racconta un sistema che prova disperatamente a sembrare eterno mentre il mondo gli è già passato accanto.

E forse la nostra generazione si sente esattamente così.

Non superata tecnicamente — perché l’esperienza resta — ma culturalmente spaesata. Come chi ha costruito una casa e un giorno scopre che nessuno abita più lì.

Il rischio allora è diventare soltanto reduci della nostalgia, professionisti che raccontano continuamente ciò che è stato. Ma sarebbe un errore.

Perché proprio questa generazione possiede ancora qualcosa che oggi vale moltissimo: la memoria del processo. Sa cosa significa attendere, verificare, scegliere, sbagliare, costruire credibilità nel tempo. Sa distinguere tra visibilità e autorevolezza.

In un’epoca dove tutto appare immediato e consumabile, forse il vero compito di chi ha attraversato più mondi non è difendere il passato, ma insegnare profondità.

Non per fermare il cambiamento. Quello non si ferma mai.

Ma per evitare che, nel rumore infinito della produzione continua, il lavoro umano perda completamente il suo significato.
©Luciano del Castillo

Luciano Escondido

























TV hosts Fiorello and Raffaella Carrà during the program "Carramba che sorpresa!" on RaiUno in Rome, January 21, 2001.
Copyright 2001 © Luciano del Castillo/Archivio DEL CASTILLO Copyright. Tutti i diritti riservati. Questo materiale non può essere pubblicato, trasmesso, riscritto o ridistribuito. All rights reserved. This material may not be published, broadcast, rewritten or redistribute

Sbatti il mostro in prima paginaC’è una linea sottile che separa il diritto di cronaca dalla pornografia del dolore. In ...
14/05/2026

Sbatti il mostro in prima pagina

C’è una linea sottile che separa il diritto di cronaca dalla pornografia del dolore. In Italia quella linea viene attraversata sempre più spesso, fino quasi a scomparire. L’ennesimo caso è quello di Garlasco, trasformato ancora una volta in un palcoscenico permanente dove ogni gesto, ogni volto, ogni intercettazione, ogni supposizione diventa materiale da consumo collettivo.

Non basta più raccontare una notizia. Bisogna spolparla. Estrarne emozioni, rabbia, sospetti, audience. È il cannibalismo dell’informazione: un meccanismo che non si accontenta della verità giudiziaria ma pretende un colpevole immediato da esibire, discutere, umiliare.

La memoria corre inevitabilmente ad altri casi che hanno segnato il Paese. Cogne, con Annamaria Franzoni trasformata in presenza fissa nei salotti televisivi, dentro un racconto morboso che divideva l’Italia tra innocentisti e colpevolisti come fosse una partita di calcio. Oppure Avetrana, dove il delitto di Sarah Scazzi venne progressivamente convertito in intrattenimento nazionale, fino al punto di confondere cronaca, reality e spettacolo.

E oggi eccoci di nuovo qui. Garlasco. Ancora tavoli televisivi, inviati sotto le abitazioni, ricostruzioni infinite, esperti onnipresenti, plastici, interviste ai vicini, ipotesi rilanciate ogni ora come se il processo dovesse celebrarsi nei talk show anziché nelle aule di tribunale.

Ma è davvero normale tutto questo?

È possibile che un Paese intero venga trascinato per settimane, mesi, anni, dentro una discussione ossessiva che dovrebbe riguardare magistrati, investigatori e avvocati? È possibile che il sistema dell’informazione abbia ormai bisogno di trasformare ogni tragedia in una serie televisiva a puntate?

Perché questo è diventato: una serializzazione del dolore.

Non interessa più capire. Interessa occupare spazio. Riempire palinsesti. Alimentare il traffico online. Creare schieramenti. Ogni dettaglio deve produrre indignazione o suspense. Ogni persona coinvolta viene ridotta a personaggio. Non importa se innocente, colpevole o semplicemente travolta dagli eventi: deve essere consumabile mediaticamente.

E nel frattempo si distruggono vite.

La gogna moderna non ha più bisogno della piazza. Le bastano i titoli, i social network, le trasmissioni serali costruite come tribunali popolari. Una persona può essere assolta in aula dopo anni e rimanere comunque condannata nell’immaginario collettivo. Perché il sospetto televisivo lascia cicatrici più profonde di molte sentenze.

La presunzione di innocenza, principio fondamentale di qualsiasi democrazia, viene quotidianamente sacrificata sull’altare dell’audience. Si anticipano processi, si orientano emozioni, si costruiscono narrazioni che spesso nulla hanno a che vedere con il rigore dell’indagine giudiziaria.

Eppure il giornalismo dovrebbe avere un altro compito. Raccontare i fatti senza trasformarsi in macchina del fango. Informare senza umiliare. Cercare verità senza nutrirsi della sofferenza altrui.

Un tempo si diceva “sbatti il mostro in prima pagina” come denuncia di un sistema malato. Oggi sembra essere diventato un manuale operativo.

La cosa più inquietante è che ci stiamo abituando. Ogni nuovo caso cancella il precedente e prepara il successivo. Cambiano i nomi, i paesi, i volti. Ma il rito resta identico: il dolore privato trasformato in spettacolo pubblico.

E forse la domanda più importante non è più cosa abbiano fatto gli imputati, ma cosa stiamo diventando noi spettatori di questo eterno circo mediatico.
© Luciano del Castillo

Luciano Escondido

Bandiere israeliane insieme alle bandiere iraniane inneggiano al ritorno dello scia’ di Persia a Bologna, 10 maggio 2026...
10/05/2026

Bandiere israeliane insieme alle bandiere iraniane inneggiano al ritorno dello scia’ di Persia a Bologna, 10 maggio 2026.

Israeli flags alongside Iranian ones celebrate the return of the Shah of Persia in Bologna, May 10, 2026.
Luciano Escondido

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Via Mauro Macchi
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