25/08/2026
Ci sono luoghi in cui entri e, per qualche secondo, non sai più dove posare gli occhi.
Ad Argostoli, sull’isola di Cefalonia, ho visitato due chiese ortodosse capaci di lasciarmi senza parole. Qui quasi non esistono superfici vuote: pareti, volte e soffitti diventano un racconto continuo, popolato da Cristo, dalla Vergine, dagli angeli, dai santi e dalle scene bibliche.
La differenza rispetto all’iconografia cattolica non sta semplicemente nella presenza delle immagini sacre, comuni a entrambe le tradizioni, ma nel modo in cui queste occupano e trasformano completamente lo spazio.
Nella tradizione ortodossa le icone non sono semplici decorazioni: accompagnano la preghiera e sono considerate una sorta di finestra verso il divino. Anche l’iconostasi, la parete ricoperta di immagini che separa l’altare dalla navata, diventa un elemento centrale della chiesa.
E poi ci sono i colori.
L’oro sembra accendere ogni dettaglio e richiama la luce e la gloria divina. Il blu intenso avvolge le volte e rimanda al cielo, al mistero e a una dimensione che va oltre quella terrena. Intagli, lampade sospese, volti e scene sacre si sovrappongono fino a circondare completamente chi entra.
Oro e blu esistono anche nell’arte cattolica, naturalmente, ma è raro trovarli utilizzati con questa intensità e continuità nelle chiese occidentali alle quali siamo abituati.
Da fotografo non potevo che restare immobile a osservare: qui ogni centimetro non è soltanto decorato, ma racconta, illumina e custodisce secoli di fede.
Voi dove avreste posato per primo lo sguardo? 🇬🇷