08/03/2020
MOTIVAZIONI DELLA SELEZIONE
PRIMA MAPPA - IN CAMPAGNA
Fulvio Bortolozzo
Nel ringraziare gli organizzatori ed i partecipanti al concorso, riassumo di seguito le riflessioni che hanno guidato la selezione delle 9 fotografie prescelte tra le 68 pervenute.
Occorre innanzitutto premettere che il tema era un luogo ben preciso, l’entroterra riminese, e che tradizionalmente la fotografia di luoghi, siano essi urbani, extraurbani o naturali viene risolta con uno sviluppo orizzontale dell’immagine, da cui l’uso del termine inglese “landscape” per questo orientamento del formato. Meno comune il formato quadrato e decisamente inconsueto quello verticale. Il formato verticale 2:3, quello classico del 24x36mm, il medesimo del sensore Full Frame (FF), è poi particolarmente allungato, il che lo rende davvero poco adatto a contenere un soggetto che normalmente si sviluppa in orizzontale. Questo il motivo per il quale diverse delle fotografie presentate hanno avuto delle difficoltà compositive insormontabili. Cercare di contenere interi edifici, fabbriche o settori di strade e campi nelle verticali porta a sbilanciamenti così forti dell’inquadratura da renderla spesso inefficace.
D’altronde le fotografie andranno esposte in affissioni pubbliche che hanno proprio questo inadatto orientamento al tema. Il fotografo deve per questo porsi la questione prima ancora di scegliere il soggetto e valutare subito come superare questa prima invalicabile difficoltà.
Si tratta di quello che capita quotidianamente a chi lavora su commissione, come i professionisti, ed essere capaci di trovare soluzioni valide, in tempi tra l’altro anche brevissimi, alle esigenze del cliente distingue i valori dei singoli sul mercato. Questo concorso si configura quindi piuttosto come una commissione, con esigenze ben precise all’origine. Certamente si tratta di una prova difficile per chi è invece abituato a scegliere liberamente tempi, modi e soggetti per il proprio piacere personale.
Le fotografie selezionate sono quindi innanzitutto accomunate dall’aver saputo trovare un equilibrio valido tra il tema e il formato obbligato di presentazione.
Il secondo aspetto preso in considerazione è quello del rapporto tra il luogo delle riprese e la scelta dei soggetti. Nella tradizione della fotografia documentaria la soluzione si trova nella presentazione di elementi che siano caratterizzanti di un luogo, ma che nello stesso tempo non si riducano alla sua banalizzazione. Prendere fotografie di aspetti già ben conosciuti nell’immaginario collettivo aggiunge solo “rumore visivo” a cose più che risapute. Un bel tramonto è da sempre e per sempre un bel tramonto. Se non si aggiunge qualcosa di meno visto e conosciuto (perché fotografare può anche essere un atto di conoscenza) o magari più specifico del luogo dove questo tramonto accade, abbiamo aggiunto l’ennesima immagine di qualcosa che si sa benissimo, perdendo invece del tempo per goderselo di persona con tutti i sensi fino in fondo e archiviarlo così nella memoria privata dei nostri ricordi esistenziali migliori. Ovviamente ciascuno è liberissimo di fotografare tutti i tramonti che vuole, anch’io ne conto a centinaia, ma farli vedere ad altri, e per di più in esposizioni pubbliche, è un supplizio che andrebbe risparmiato al prossimo per motivi etici e di solidarietà umana.
Il terzo aspetto è la soluzione formale del soggetto, l’iconografia. Scegliere un soggetto è già una prima indicazione, un orientamento di pensiero importante, ma non basta. Il soggetto è l’esca, l’inizio di un vero e proprio combattimento tra l’umano con la macchina che fabbrica le immagini e il mondo percettivo dei nostri sensi. Ogni soggetto chiede quindi attenzione estrema a come può diventare una volta ridotto in immagine ottica: traccia bidimensionale, quasi sempre ridotta, di qualcosa che aveva una tridimensionalità, un dinamismo e una sinestesia percettiva infinitamente più ricche. Abbiamo in mano una specie di imbuto con un setaccio fine sopra. Quello che passa è pochissimo e concentratissimo. Deve essere il meglio possibile o non avremo niente. La prima cosa da valutare è sempre la luce: orientamento, forza, qualità, colore e infine possibilità della nostra camera di prenderla entro i suoi limiti di funzionamento. Poi c’è la scelta del punto di vista. A volte obbligato, altre meno, in ogni caso dove ci mettiamo è ciò che pensiamo. Non a caso quando si esprime un’opinione su qualcosa si parla di “punto di vista”. Infine ci sono l’inquadratura e i parametri fototecnici fondamentali (tempo, diaframma, messa a fuoco). Tutto questo deve diventare la soluzione, qualcosa di trasparente a chi vedrà la fotografia, ma che sembra talmente necessario da apparire “naturale”.
In chiusura, vorrei sottolineare che questa è la mia squadra a cui chiedo di giocare secondo il mio schema, che è solo uno dei tanti possibili. Sono difatti io l’undicesimo in campo e come tale spero che la prestazione collettiva sia onorevole e raccolga il consenso che penso meriti. In ogni caso, l’importante è sempre dare il meglio di se stessi. E qui è stato fatto.