27/08/2026
Roma, quando la sera spegne il traffico e accende i lampioni, non dorme: si trasforma. I portoni dei palazzi antichi serrano i battenti, il respiro della città si fa più lento e il gorgoglio delle fontane sembra farsi confessione. È l’ora in cui la pietra smette di essere materia e i monumenti, sciolti dal peso della storia e dei turisti, iniziano a dialogare nell'ombra.
Immaginateli, custoditi nel silenzio delle chiese e dei musei. Chissà cosa si sussurrano le statue, quali segreti si scambiano le tele quando nessuno le guarda.
Dietro il portone della chiesa di San Pietro in Vincoli, il Mosè di Michelangelo resta solo nella notte. Un colosso di marmo e tensione, con la barba che sembra viva e lo sguardo che fissa l'infinito. In quel silenzio assoluto, chissà se si ricorda di tutte le migliaia di occhi che, secolo dopo secolo, si sono posati su di lui. E chissà se pensa a quel misterioso istante in cui la sua maestà ha incontrato qualcuno e gli ha cambiato la vita, accendendo una scintilla capace di trapassare i confini.
È esattamente quello che accadde nel 1904 a un grande poeta ucraino, Ivan Franko. Quando varcò quella soglia e si trovò davanti al Mosè, fu come se il marmo avesse smesso di essere pietra per farsi voce. Quell'impatto fu così profondo, così lacerante e luminoso, da seguirlo come un'ombra ardente lungo tutto il viaggio di ritorno. Tornato in Ucraina, con quell'energia scolpita negli occhi, Franko diede vita al suo capolavoro: il poema Mosè, l'opera della sua vita, un testamento di libertà e dignità.
Oggi, celebrando qui a Roma i 170 anni dalla nascita di Ivan Franko, riscopriamo la magia più autentica dell’arte: la sua capacità misteriosa di unire mondi lontani, di legare storie e persone, e di abbattere ogni barriera del tempo, dimostrando che un capolavoro nato nel Rinascimento italiano poteva trovare il suo eco più alto nella terra di Ucraina.
La notte scenderà su Roma. I portoni dei palazzi si chiuderanno, il...