Ma che bella città

Ma che bella città Strade, piazze, chiese, centri commerciali, nodi intermodali, aree produttive: spunti per la rappresentazione di una città complessa.
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Cercare di raccontare la città attraverso la fotografia, questo è lo scopo di l

Il quartiere dove i filosofi hanno sostituito i pazzi, ovvero la resilienza del ceto medioC’è stato un tempo in cui Casa...
10/09/2026

Il quartiere dove i filosofi hanno sostituito i pazzi, ovvero la resilienza del ceto medio

C’è stato un tempo in cui Casal de’ Pazzi era soprattutto campagna.
La valle dell’Aniene si distendeva tra la Tiburtina e la Nomentana, fatta di prati ondulati, greggi al pascolo e un piccolo corso d’acqua che scendeva lungo il fosso di Casal de’ Pazzi.
Per arrivarci c’era una sola strada, quella che ancora oggi conserva il nome del vecchio casale. Poi la campagna ha cominciato lentamente a perdere terreno. Sono arrivati gli scavi, i palazzi, l’asfalto. E, dietro i palazzi, le prime famiglie hanno cominciato a occupare quello che sarebbe diventato uno dei tanti quartieri periferici di Roma.
Il nome, però, era già lì: Casal de’ Pazzi. Un nome che viene da lontano, dalla potente famiglia fiorentina dei Pazzi, quella della congiura contro i Medici. I Pazzi, fuggiti da Firenze, trovarono rifugio nelle terre pontificie e qui adattarono alle proprie esigenze una residenza rurale: il Casale de’ Pazzi. Ancora oggi esiste, nascosto dietro un muro che lo sottrae allo sguardo di chi passa.
Ma poi è successo qualcosa di curioso. Col tempo, i filosofi si sono impossessati dei Pazzi.
Rousseau, Hegel, Marx, Locke, Spinoza, non sono soltanto nomi sulle targhe delle strade. Sono diventati, quasi senza volerlo, una sorta di filosofia urbana involontaria.
Via Marx incrocia via Hegel. Locke incontra Spinoza. Rousseau attraversa il verde del Parco Petroselli. Il proletariato e il liberalismo, l’idealismo e l’empirismo, la democrazia e la sovranità popolare si ritrovano così, senza averlo deciso, a condividere lo stesso quartiere.
È una delle solite contraddizioni romane: la filosofia universale diventa toponomastica quotidiana.
Persino la storia più ingombrante è passata di qui. Sulla cima di una collina alberata, nel 1940, il potente segretario del partito fascista, Roberto Farinacci, fece costruire la sua sontuosa dimora rurale. Una presenza che ancora oggi ricorda quanto la storia sappia depositarsi nei luoghi più improbabili. E forse non è un caso che oggi si pensi di dedicare la Casa del Municipio a una filosofa donna: Simone de Beauvoir, Ipazia o Hannah Arendt. Come se mancasse ancora qualcuno all’appello. Come se quel quartiere avesse deciso, senza saperlo, di trasformarsi in un piccolo bignami di filosofia.
Ma, naturalmente, le strade non raccontano tutto. Intorno, intanto, rimangono brandelli della campagna di un tempo. E Casal de’ Pazzi assume quella sua particolare fisionomia di luogo sospeso, difficile da collocare.
Non è più campagna, ma non sembra neppure del tutto periferia. Ci sono i grandi palazzi, ma anche una qualità abitativa che sorprende: le scuole di ballo, i laboratori degli abiti da sposa, i negozi.
E poi, la domenica, la chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, costruita nel 1983, con le chitarre che accompagnano la messa e un quartiere che continua, nonostante tutto, a ritrovarsi.
È forse questa la parte più interessante. Perché, osservandolo oggi, nei suoi negozi e nelle sue strade, si può leggere qualcosa della trasformazione silenziosa che sta attraversando Roma.
Cosi colpiscono quei segnali che sembrano quasi fuori posto in un quartiere costruito sull’idea di una tranquilla stabilità.
Tra questi, i cartelloni con la pubblicità insistente dei compro oro.
Cartelloni inestetici che ingombrano i marciapiedi, ma anche e piuttosto una sorta di termometro: il segnale che qualcosa è cambiato nel rapporto tra le persone e ciò che possiedono.
L’oro, che per una generazione era stato il piccolo capitale di sicurezza della famiglia — un gioiello, una collana, un regalo, qualcosa da conservare per i momenti difficili — diventa improvvisamente una riserva alla quale attingere. Senza bisogno di statistiche, racconta la congiuntura economica attuale.
Racconta la fragilità crescente di quel ceto medio che per decenni ha rappresentato una delle strutture portanti della città. Non necessariamente la povertà. Qualcosa di più sottile: la necessità di trasformare una sicurezza privata in liquidità.

È forse questa una delle insidie più evidenti che oggi attraversano un quartiere come Casal de’ Pazzi: non la sua trasformazione improvvisa in una periferia difficile, ma l’erosione lenta di quella normalità borghese e popolare che ne aveva costituito l’identità. Una normalità fatta di risparmi, di lavoro, di una casa acquistata con fatica, di figli da crescere e di un futuro che, pur non essendo mai certo, sembrava almeno prevedibile. E allora anche la pubblicità di un compro oro può diventare una fotografia. Una fotografia della storia presente.
È qui che Casal de’ Pazzi torna a essere un quartiere spartiacque. Tra Montesacro e Rebibbia. Tra la città residenziale e la periferia. Tra la vecchia idea di ceto medio e il suo progressivo indebolimento. Tra una generazione che ha costruito e una che deve capire che cosa riuscirà ancora a costruire.

Un’isola che non c’è, che separa il popolo proletario di Montesacro da quello pasoliniano di Rebibbia-Ponte Mammolo, per contenere un ceto medio che fa i conti con la congiuntura della storia.
Oggi Casal de’ Pazzi è anche un quartiere alle prese con un passaggio generazionale. Le nuove generazioni hanno problemi diversi da quelli di chi è arrivato qui quando intorno c’erano ancora molti prati: il lavoro incerto, la solitudine, l’inquinamento, la difficoltà di comunicare, la fatica di trovare un tempo da dedicare agli altri. Può accadere così che una casa diventi soltanto il luogo dove si torna la sera, un posto dove dormire.
Forse è questa l’ultima domanda che Casal de’ Pazzi pone ai suoi filosofi: non come si costruisce un quartiere, ma come si fa, ancora, ad abitarlo.
Perché qui i Pazzi sono diventati filosofi, la campagna è diventata città, il fiume è diventato oasi naturale e il ceto medio continua a cercare un modo per non diventare soltanto memoria.

Il cinodromo: dove la  città corre altroveA Roma, ciò che sembra scomparire, non se ne va mai per davvero. E' un po' que...
04/08/2026

Il cinodromo: dove la città corre altrove

A Roma, ciò che sembra scomparire, non se ne va mai per davvero.
E' un po' quello che è successo al Cinodromo.
La sua storia comincia nel 1928, al Flaminio, dentro lo stadio della Rondinella. I levrieri correvano dietro una falsa preda e intorno alla pista correvano gli uomini: le scommesse, il denaro, la mondanità. C’era il popolo e c’era l’aristocrazia, le famiglie borghesi e la malavita. Tutti insieme, per qualche minuto, a puntare sul cane più veloce.
Era un altro tempo. I levrieri erano animali eleganti, di moda tra le signore dell’alta borghesia e dell’aristocrazia romana. Le corse, invece, erano un affare per tutti.
Poi arrivarono le Olimpiadi. Nel 1958 il vecchio cinodromo del Flaminio venne demolito e la pista si spostò dall’altra parte della città, a Ponte Marconi, in via della Vasca Navale.
Lì rimase fino al 2002.
Ancora oggi, passando su viale Marconi, si incontra la grande insegna liberty: Corse dei levrieri. Una scritta che sembra indicare un luogo che non esiste più. E invece esiste ancora.
Dietro l'insegna ci sono la pista, le gradinate, gli spazi delle scommesse, il bar. Ma soprattutto ci sono le tracce di ciò che quel luogo è stato e di ciò che, nel tempo, è diventato.
Nel 2002 le corse finiscono. I 370 levrieri vengono adottati. Il cinodromo avrebbe potuto diventare uno dei tanti spazi vuoti di Roma, uno di quei luoghi che la città lascia lentamente marcire fino a quando qualcuno non decide che è arrivato il momento di costruirci qualcos’altro.
Ma non è andata così. Un gruppo di giovani studenti e lavoratori precari decide di prendersi cura di quello spazio e nasce Acrobax, cambiando la storia, ma senza farla finre per davvero.
La pista dove si scommetteva sui levrieri diventa uno spazio per lo sport e la musica, per la cultura e l'incontro, per il mutualismo e la socialità. Un luogo attraversato da persone diverse, da generazioni diverse. Un luogo che continua a produrre relazioni.
È forse questa la cosa più interessante del Cinodromo.
Che gli spazi possono chiudere, cambiare funzione, perdere la loro destinazione originaria. Ma ciò che li ha generati continua a vivere nelle relazioni, nelle pratiche e nelle comunità che li hanno attraversati.
E qualche volta, dentro le sue stratificazioni, un luogo riesce persino a scommettere di nuovo.
Solo che questa volta la scommessa non è sul cane più veloce, ma su come uno spazio abbandonato possa ancora diventare una comunità.

Indirizzo

Rome

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