Ma che bella città

Ma che bella città Strade, piazze, chiese, centri commerciali, nodi intermodali, aree produttive: spunti per la rappresentazione di una città complessa.
(1)

Cercare di raccontare la città attraverso la fotografia, questo è lo scopo di l

Santo Stefano Rotondo: la memoria in un "cerchio"Santo Stefano Rotondo non si impone, non fa clamore, non rivendica un p...
16/06/2026

Santo Stefano Rotondo: la memoria in un "cerchio"

Santo Stefano Rotondo non si impone, non fa clamore, non rivendica un posto negli itinerari della meraviglia. Attende.
Non troppo conosciuta, rischia quasi di apparire per caso, quando la si scopre arrivandoci per sottrazione, dopo aver attraversato il traffico del Celio e zigzagato tra i flussi incerti che scorrono tra il Colosseo e San Giovanni, dove ogni pietra è lì per rapire lo sguardo e distrarti dall'inseguimento di un itinerario prestabilito.
Poi, quando la città abbassa la voce, compare una forma inattesa, quasi disarmante: un cerchio.
Nella Roma delle sovrapposizioni, che accumula il tempo più che consumarlo, Santo Stefano Rotondo offre immediatamente l'impressione di una perfezione cercata e infine raggiunta. Non è l'ordine di ciò che ci si aspetterebbe di trovare a sorprendere, ma la forza semplice di una geometria essenziale: un cerchio, come quello tracciato da un pittore per racchiudervi una sospensione del tempo.
Tutto invita al raccoglimento. Lo spazio ritorna continuamente su se stesso, come un pensiero ostinato, come una memoria che si rifiuta di fuggire e richiama lo sguardo sempre al punto di partenza.
Le sue colonne sembrano custodire il segreto di molte città diverse. La Roma imperiale che ancora respirava sulle pendici del Celio. La Roma cristiana che cercava nuovi linguaggi per raccontare l'eternità. La Roma dei pellegrini, dei monaci, degli studiosi e dei viaggiatori che per secoli hanno attraversato questo luogo senza mai possederlo davvero.
Qui la storia non avanza in linea retta. Gira. Torna. Riappare nella perfezione del cerchio.
Per questo Santo Stefano Rotondo appartiene profondamente anche alla città contemporanea. A una Roma che continua a espandersi, a costruire, a trasformarsi, e che tuttavia sembra avere sempre bisogno di un centro a cui tornare, di un luogo capace di farsi epicentro della memoria e, insieme, di ogni futuro.
Le fotografie cercano allora di trattenere questa impressione: la luce obliqua che accarezza le colonne, le ombre che rincorrono il perimetro circolare, il silenzio che sembra abitare lo spazio più della pietra stessa.
Santo Stefano Rotondo, più che una chiesa, è una geometria della memoria. Un frammento di Roma che continua a compiere il proprio giro attraverso i secoli, riportandoci ogni volta al punto di partenza. Come se il tempo, qui, invece di scorrere, avesse scelto di restare.

Memoria agra: pellegrinaggio a Fonte LaurentinaLa memoria agra dell’Agro Romano non è nostalgia della campagna perduta. ...
07/06/2026

Memoria agra: pellegrinaggio a Fonte Laurentina

La memoria agra dell’Agro Romano non è nostalgia della campagna perduta. È piuttosto la consapevolezza di una trasformazione mai del tutto compiuta. Roma ha divorato i propri campi, ha disteso i suoi quartieri, le sue infrastrutture, i suoi margini residenziali, ma sotto l’asfalto continuano ad affiorare frammenti di un paesaggio precedente. Casali isolati tra i palazzi, filari sopravvissuti lungo una strada periferica, fossi, tenute, torri e campi residuali raccontano una storia che la città non è riuscita a cancellare completamente. Come accade spesso a Roma, ciò che sembra scomparso non se ne va davvero: arretra, si nasconde, attende di riaffiorare.

A Fonte Laurentina Roma sembra aver appena terminato di indossare i suoi abiti nuovi. Il box del costruttore promette un miraggio ordinato: palazzi allineati, strade ampie, prospettive pulite che annunciano una periferia finalmente compiuta. Ma basta sollevare lo sguardo oltre l’ultima cortina edilizia per accorgersi che la campagna non se n’è andata del tutto. Rimane sullo sfondo come una presenza ostinata, quasi una controfigura silenziosa della città. Continua ad abitare il territorio anche dopo essere stata trasformata.

È una memoria agra, dal sapore lieve e persistente: quella delle zolle diventate quartiere, dei sentieri diventati strade, dei campi che sopravvivono negli interstizi dell’urbanizzazione. L’Agro Romano riaffiora nelle pause della città, nei vuoti tra un edificio e l’altro, nei vecchi casali restaurati che condividono lo spazio con le palazzine recenti. Come accade nei racconti mai davvero conclusi, ogni nuovo capitolo lascia intravedere le pagine precedenti. Qui non siamo più nella campagna, ma non siamo ancora dentro una città definitivamente compiuta: siamo nel cantiere permanente della trasformazione urbana, dove la materia del territorio sembra non finire mai di essere presa in carico dalla modernizzazione.

A Fonte Laurentina il pasoliniano Pianto della scavatrice non appartiene al passato: continua a risuonare nel presente. I cantieri che si susseguono non raccontano soltanto la costruzione di un quartiere, ma il lento dissolversi dell’Agro Romano sotto il movimento incessante della città che si espande. È una memoria agra che non trova quiete, perché il paesaggio continua a essere scavato mentre viene già abitato.

La scavatrice non è soltanto una macchina. Diventa una presenza, una voce metallica e dolente che accompagna la trasformazione. Ogni braccio meccanico che affonda nel terreno sembra riaprire una ferita della memoria, mentre l’ordine geometrico del cemento prende il posto dell’ordine più antico e irregolare lasciato dalla campagna. Là dove un tempo erano i fossi, i filari, le pieghe del terreno a disegnare il paesaggio, oggi sono le recinzioni dei cantieri, le gru e le carreggiate ad anticipare il profilo della città futura. Persino i gazebo dei cassonetti!

Qui la trasformazione dell’Agro Romano non è un evento concluso, ma una condizione permanente. Le lottizzazioni che avanzano per fasi successive, le infrastrutture ancora in definizione, i terreni che attendono una destinazione definitiva raccontano uno spazio sospeso, una frontiera urbana che non smette di ridefinirsi. Il suolo viene rimosso, ricomposto, ricoperto, come se la città stesse continuamente riscrivendo il proprio rapporto con il territorio che l’ha generata.

E dentro questa tensione tra ciò che è stato e ciò che deve ancora diventare, la chiesa di San Carlo Borromeo, quasi testa di ponte della grande lottizzazione dei primi anni Duemila, assume il ruolo di presidio umano e simbolico. Luogo di aggregazione in un paesaggio ancora in cerca di equilibrio, custodisce una presenza silenziosa e inattesa: una Madonna che attende di essere portata in processione.

Rimane lì, immobile, come se anche il rito fosse entrato nel tempo lungo della periferia. Come se persino la devozione dovesse aspettare che il quartiere trovi una propria maturità e che la trasformazione del territorio rallenti finalmente il passo. Intorno continuano a muoversi gru, camion e scavatori; dentro la chiesa, invece, il tempo sembra essersi raccolto in un’attesa. E quella Madonna, ferma sulla soglia della processione, appare quasi come l’ultima custode di una memoria agra che non appartiene soltanto alla campagna scomparsa, ma alla lunga e irrisolta metamorfosi con cui Roma continua, ancora oggi, a costruire se stessa.

Vagabondare assorto all'Esquilino Dalla Stazione Termini partono autobus pieni di turisti seduti al piano superiore, aff...
27/05/2026

Vagabondare assorto all'Esquilino

Dalla Stazione Termini partono autobus pieni di turisti seduti al piano superiore, affacciati come da un balcone mobile su una Roma costretta a mostrarsi in fretta, a comprimere millenni dentro poche fermate: il Colosseo, Piazza Venezia, San Pietro, le milestone obbligatorie di una città ridotta a sequenza panoramica.
Ma Roma raramente si lascia attraversare di corsa. Chiede invece di essere consumata lentamente, quasi distrattamente, nel tempo morto della flânerie urbana, smettendo di cercare monumenti.
Basta seguire uno dei tanti viaggiatori sbandati con il bagaglio a mano che trascina la propria traiettoria verso improbabili alberghi a due stelle, percorrendo il fianco esposto di Termini, quello rivolto verso l’Esquilino, dove i palazzi umbertini sembrano contenere a fatica la pressione di lingue, odori, merci, volti, insegne, spiritualità diverse che salgono dalle strade come un vapore continuo.
Eppure, dentro quella congestione apparente, si apre uno spazio stranamente introspettivo. Camminare all’Esquilino significa spesso attraversare le contraddizioni senza bisogno di risolverle, lasciando che convivano nello stesso sguardo.
Mi tornano in mente le immagini de La città proibita di Gabriele Mainetti e quel suo modo surreale di raccontare Roma che sembra nascere proprio qui, tra i portici di Piazza Vittorio, negli angoli in cui la realtà smette di essere completamente realistica senza diventare mai davvero fantastica. Piazza Vittorio appare così: un luogo in cui il cinema e la strada finiscono per sovrapporsi. Sotto le arcate, nei riflessi dei negozi, nelle ombre improvvise delle gallerie, le immagini del film sembrano continuare a vivere come una propagazione naturale del quartiere.
Da Piazza Vittorio le strade si allungano verso tre basiliche: Basilica di Santa Maria Maggiore, Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e Arcibasilica di San Giovanni in Laterano.
Ma il credo dell’Esquilino non appartiene mai interamente a una sola fede. È piuttosto una sedimentazione spirituale diffusa, una mescolanza di convinzioni, simboli, superstizioni, rituali quotidiani che convivono nello stesso isolato, nello stesso pianerottolo, nella stessa vetrina.
Così, attraversando il nuovo mercato di Piazza Vittorio — il cui ordine contemporaneo rimane contenuto a fatica dentro le mura riconvertite delle ex caserme — il rumore si spezza improvvisamente nel Giardino di Confucio, che sembra sollevare per un momento il respiro e fa arretrare i colori del mercato; le voci si attutiscono e si stemperano in una dimensione contemplativa, quasi sospesa.
Chissà perché, ma nella mente il Giardino di Confucio finisce sempre per collegarsi al Tempio di Minerva Medica e alla Porta Alchemica di Piazza Vittorio. Forse perché il viaggiatore col bagaglio a mano sembra portarsi dietro non soltanto un cambio di vestiti o una prenotazione economica, ma voglia trascinare il cammino più a lungo, invisibile, attraversando quella soglia esoterica rimasta nel cuore del rione come una promessa incompleta.
E ancora Piazza Vittorio diventa crocevia delle altre direzioni: le strade dagli occhi a mandorla, Chinatown romana che non ha mai davvero bisogno di dichiararsi tale. Qui persino uno dei più antichi ristoranti cinesi sembra assumere la postura di una trattoria romana, come se il quartiere l'avesse lentamente costretto ad una contaminazione obbligata.
Poi il cammino si restringe verso Via Merulana, dove anche la luce cambia. Diventa più obliqua e la prospettiva corre verso San Giovanni che si ricompone con il quartiere all’incrocio con Viale Manzoni. Riaffiora con energica gradualità una dimensione multietnica che sfocia, ricomposta, in Via di Santa Croce in Gerusalemme, davanti allo Spin Time Labs, il palazzo occupato nel 2013 dentro i locali degli ex uffici pubblici. Un edificio trasformato in rifugio per oltre centocinquanta famiglie, come se Roma avesse provato ancora una volta a rattoppare materialmente le proprie fratture sociali senza riuscire mai davvero a chiudere il cerchio del welfare urbano.
Il quadrato che riporta verso Piazza Vittorio si richiude infine sul tracciato dei binari di Via di Porta Maggiore che accompagnano l’ultima deriva del cammino fino all’incrocio con il ritrovato Viale Manzoni, dove sopravvive ancora il relitto del vecchio immaginario nazionale di una FIAT che vive ormai soltanto nei ricordi del boom economico del "novecento sessanta".
Quando, all’improvviso, all’angolo della strada, la valigia del viaggiatore si apre e il contenuto si sparge disordinatamente sull’asfalto, la passeggiata termina; così, senza conclusione, dispersa nel frastuono dei tanti significati di questa Città.

Roma struccataRoma senza trucco si lascia attraversare come il volto stanco di una bella signora. Non nasconde le pieghe...
18/05/2026

Roma struccata

Roma senza trucco si lascia attraversare come il volto stanco di una bella signora. Non nasconde le pieghe, non ricompone le ombre. Rimane lì, scialba e densa insieme, sospesa dentro un maquillage incompiuto che non riesce più a coprire le crepe della sua pelle urbana. I cantieri avvolgono gli edifici come fasciature provvisorie, garze sporche attorno a un corpo troppo antico per essere davvero rimesso a nuovo. Dietro le impalcature affiorano angoli trattenuti da strutture metalliche che sembrano cerotti applicati in fretta su un tessuto urbano lacerato. Poi, improvvisamente, tra il travertino sporco e il posticcio contemporaneo, riaffiorano le cupole barocche. Non trionfano: galleggiano. Emergono come apparizioni stanche dentro una miscela di pietra, plastica, ruggine e teli stampati.
Roma allora mostra i nervi, nelle linee spezzate delle prospettive interrotte dai lavori infiniti. È una città accartocciata su sé stessa, dove perfino il sampietrino perde la sua monumentalità e diventa residuo, margine, traccia consumata che dà dignità tanto al rifiuto alimentare schiacciato sull’asfalto quanto all’oggetto di lusso caduto da una tasca distratta. Tutto viene assorbito nello stesso deposito urbano: la magnificenza e lo scarto, la rovina e la vetrina dove si specchiano le auto inconsapevoli del paesaggio urbano che disegnano.
Roma sembra resistere a ogni ricostruzione ordinata. Ogni deviazione apre scorci involontari che emergono tra teloni pubblicitari scoloriti, cartelli consumati dal sole, promesse immobiliari già invecchiate che diventano l’habitat naturale di questa città sospesa, dove persino la pubblicità appare archeologia del desiderio e dove i manifesti scaduti cercano ancora di brillare, come affreschi incorniciato dal cielo.
E sopra tutto resta un Cesare di pietra, figura annerita colonizzata dai volatili. Imperatore ridotto a supporto di una città che continua a usare il passato come impalcatura simbolica del presente.
Continui gli annunci a un Giubileo già trascorso, una celebrazione evaporata lasciando dietro di sé transenne, percorsi obbligati, superfici ripulite a metà.
Roma senza trucco è un amalgama imperfetto: una città che non riesce più a distinguere il restauro dalla ferita, la scenografia dalla materia viva, il monumento dalla sua lenta consunzione. Eppure continua a possedere qualcosa di irriducibile, che anche nella sua stanchezza conserva la capacità di trasformare ogni imperfezione in un racconto, ogni magagna in un paesaggio interiore.

A pochi passi dal Pantheon, nel cuore fitto e stratificato del centro cittadino, la Biblioteca Casanatense sembra il luo...
08/05/2026

A pochi passi dal Pantheon, nel cuore fitto e stratificato del centro cittadino, la Biblioteca Casanatense sembra il luogo sospeso che custodisce una Roma diversa da quella delle piazze e delle cupole celebrate. Fondata tra Seicento e Settecento accanto a Santa Maria sopra Minerva, sembra appartenere a quel tempo in cui il sapere aveva ancora l'ambizione di rappresentazione in forma fisica la pazienza, la calligrafia, il silenzio dello studio.

Entrando, si attraversa una soglia invisibile che lascia Roma fuori, per ritrovarla dentro, un una forma diversa, eppure così uguale: l'ordine quieto degli scaffali lignei, i globi, i volumi antichi, la luce trattenuta, la prospettiva che spinge lo sguardo verso l’alto, sembrano insieme voler dar corpo, nella loro dimensione monumentale, a qualcosa di monastico e teatrale che appartiene intrinsecamente all’architettura della città eterna.

La Casanatense non è soltanto una biblioteca. È una delle forme attraverso cui Roma continua a raccontare la propria memoria: non quella celebrata dai monumenti, ma quella più profonda e sedimentata, fatta di studio, di accumulo paziente, di civiltà tramandata pagina dopo pagina. In fondo, anche questa è Roma: una città che da secoli continua a custodire il tempo dentro le sue stanze.

5 Manuale pratico di una città che non si spostaSe Roma non si sposta non è per rispetto della Storia, ma per abitudine:...
04/05/2026

5 Manuale pratico di una città che non si sposta

Se Roma non si sposta non è per rispetto della Storia, ma per abitudine: non è conservatorismo autoreferenziale, bensì istinto di sopravvivenza.
Per questo Roma non si insegna, ma va capita. Attraverso istruzioni implicite, regole non scritte, soluzioni definitive nate come provvisorie. Le immagini non illustrano, ma verificano, mostrando ciò che resta quando il progetto urbano si arresta e l’uso quotidiano prende il comando.
Nessuna intenzione di denuncia, nessuna rappresentazione nostalgica di tempi che furono, forse migliori, forse semplicemente uguali al presente. Solo una constatazione pratica: in una città immobile sono oggetti, ostacoli e distrazioni a fare urbanistica.
Questo lavoro è pensato per chi cammina senza aspettarsi risposte e per chi sa che Roma funziona esattamente così: senza spostarsi mai.
-------------------------
QUADRANTE OVEST
Dove la città si spande, ma non esiste.
Non c’è una direttrice che traccia lo sviluppo della città.
-------------------------
Dove la città si spande, ma non prende forma, Roma ovest cresce per addizione più che per direzione. Non c’è un asse che la organizza, né una traiettoria che la renda leggibile: manca una “Casilina” che faccia da spina dorsale e da filo narrativo: ci prova il tracciato delle piste ciclabili che attraversa i luoghi rivelandone i segreti. Qui l’espansione è diffusa, intermittente, fatta di frammenti che si accostano senza saldarsi davvero. È una città che esiste nei pieni ma sfugge nei vuoti, che si costruisce senza dichiararsi, lasciando a chi la attraversa il compito di riconoscerne, ogni volta, un possibile disegno.
Nasce quasi per scherzo, come tutte le cose serie a Roma. Una scritta su un cavalcavia, all’altezza di Valle Aurelia, e improvvisamente quello che per anni era rimasto fuori campo prende corpo: Roma Ovest esiste. O almeno prova a esistere.
È una porzione di città che non ha mai avuto bisogno di dichiararsi, e proprio per questo non ha mai trovato un confine. Non è Roma Nord, con i suoi rituali riconoscibili. Non è Roma Sud, con le sue traiettorie nette. Non è nemmeno Roma Est, che almeno ha una grammatica urbana chiara, fatta di assi e di espansioni leggibili. Roma Ovest è un’ipotesi.
E allora succede che i quartieri si spostano più per percezione che per geografia.
Verso nord, la mappa trascina nell’altrove della mente: là dove Roma si fa margine e insieme labirinto, oltre le traiettorie ordinate della città, appare il vasto corpo di Santa Maria della Pietà. Un luogo che per decenni ha custodito il confine sottile tra cura e segregazione, tra silenzio e smarrimento. Padiglioni disseminati come frammenti di una cittadella sospesa, viali alberati attraversati da ombre lente, cancelli che sembrano trattenere ancora echi di vite dimenticate. Qui la geografia urbana si incrina e diventa geografia interiore: non più soltanto spazio, ma deriva della coscienza, territorio fragile dove la mente si perde, resiste, talvolta ritorna.
Più in là si distendono Torrevecchia, Primavalle, Montespaccato: territori dove Roma non assume mai una forma definitiva, ma si deposita per stratificazioni successive. Qui le identità non si cancellano a vicenda; convivono, si comprimono, si accatastano come epoche diverse rimaste intrappolate nello stesso paesaggio urbano. Il mercato immobiliare tenta da anni di riscriverne il racconto, presentandoli come il volto accessibile di Roma Nord, una soglia possibile verso quartieri più centrali e protetti. Eppure, sotto questa narrazione levigata, riaffiorano ancora le fratture e le inquietudini delle periferie: nel razionale della Borgata di Primavalle, negli alveari edilizi di Torrevecchia, nei margini irregolari delle strade, nei palazzi cresciuti senza armonia, in quella sensazione persistente di città incompleta, tra le cui pieghe continua a parlarsi la lingua irrisolta delle periferie.
Il cerchio comincia lentamente a richiudersi. Da Piazza Pio IX il tessuto della città torna a infittirsi, scivolando lungo la Pineta Sacchetti, dove il verde interrompe il paesaggio urbano e punta all’eterna “cupola” in lontananza, restituendoci per un momento il peso delle architetture compatte. Poi arriva Cornelia, crocevia inquieto di autobus, scale mobili, attraversamenti continui: una discesa agli inferi dove migliaia di traiettorie si sfiorano senza davvero incontrarsi. Da lì la città torna a piegarsi su se stessa puntando verso Balduina, ridiscende fino a Valle Aurelia, per tornare al punto d’origine, dopo aver attraversato una città stratificata dove nulla ci è apparso identico, in una deformazione continua che sembra volerci forzatamente rimandare al centro, e ogni ritorno è soltanto l’illusione di una città.
E allora il punto non è dove è cominciato il viaggio. È che non è mai davvero iniziato.

Malborghetto: In hoc signo vinces, nel segno di Costantino.Malborghetto ha un nome che sembra uscito da una storia sbagl...
22/04/2026

Malborghetto: In hoc signo vinces, nel segno di Costantino.

Malborghetto ha un nome che sembra uscito da una storia sbagliata. Un nome ruvido, quasi respingente. Eppure, tra queste pietre consumate dal tempo, si nasconde uno dei luoghi in cui la storia ha cambiato direzione.
Siamo lungo l’antica via Flaminia, alle porte di Roma. Qui, secondo la tradizione, l'Imperatore Costantino si sarebbe accampato con il suo esercito la notte prima della battaglia di Ponte Milvio. La notte della visione. La notte di quella croce apparsa nel cielo accompagnata dalle parole: “In hoc signo vinces”.
È impressionante pensare che tutto possa passare da un attimo. Da un’immagine. Da un segno.
Perché quella notte non anticipa soltanto una vittoria militare. Anticipa un cambiamento molto più profondo: il passaggio da un mondo all’altro. Il paganesimo che lentamente si sgretola, il cristianesimo che emerge dai margini della storia e si prepara a diventare religione universale, struttura del potere, destino dell’Occidente.
E intanto questo luogo resta qui, fermo e mutevole allo stesso tempo.
Nei secoli l’arco romano è diventato chiesa, poi torre fortificata, poi borgo difensivo, poi casale rurale, bottega, stazione di posta. Ogni epoca lo ha trasformato secondo le proprie necessità, lasciandogli addosso nuove cicatrici.
Forse è proprio questo che rende Malborghetto così potente. Ti fa capire che la storia non protegge nulla nella purezza originaria, ma sovrascrive, riutilizza, consuma. Trasforma i simboli in architetture quotidiane e le architetture quotidiane in rovine.
E poi, quasi all’improvviso, poco distante appare la piccola Stazione di Sacrofano. Binari silenziosi nella campagna romana, margine ferroviario sospeso tra città e agro. Anche lì si avverte la sensazione del passaggio: persone, merci, eserciti un tempo, pendolari oggi. Come se tutta questa zona continuasse da secoli a essere terra di attraversamenti, soste e direzioni che cambiano.
Eppure qualcosa rimane.
Rimane l’eco di quella notte sospesa prima della battaglia.
Un imperatore inquieto.
Un esercito fermo alle porte di Roma.
Una croce nel cielo.
E la sensazione che, da quel momento in poi, il mondo non sarebbe stato più lo stesso.

Ciao, sto guardando Uncovered Rome - Stagione 1. Lo puoi vedere subito anche tu su Prime Video
08/04/2026

Ciao, sto guardando Uncovered Rome - Stagione 1. Lo puoi vedere subito anche tu su Prime Video

Join a young content creator and his dog Kyria as they uncover the hidden archaeological treasures of the Eternal City. Blending past and present, reality and imagination, their journey is a thought-provoking exploration that goes beyond the screen. Soprintendenza Speciale di Roma presents a project...

4 Manuale pratico di una città che non si spostaSe Roma non si sposta non è per rispetto della Storia, ma per abitudine:...
05/04/2026

4 Manuale pratico di una città che non si sposta

Se Roma non si sposta non è per rispetto della Storia, ma per abitudine: non è conservatorismo autoreferenziale, bensì istinto di sopravvivenza.
Per questo Roma non si insegna, ma va capita. Attraverso istruzioni implicite, regole non scritte, soluzioni definitive nate come provvisorie. Le immagini non illustrano, ma verificano, mostrando ciò che resta quando il progetto urbano si arresta e l’uso quotidiano prende il comando.
Nessuna intenzione di denuncia, nessuna rappresentazione nostalgica di tempi che furono, forse migliori, forse semplicemente uguali al presente. Solo una constatazione pratica: in una città immobile sono oggetti, ostacoli e distrazioni a fare urbanistica.
Questo lavoro è pensato per chi cammina senza aspettarsi risposte e per chi sa che Roma funziona esattamente così: senza spostarsi mai.
-------------------------
QUADRANTE NORD
Qui Roma non si limita a scorrere: si intreccia. Qui il percorso è una linea che scende dall’acqua verso la forma, dal naturale all’architettonico, il paesaggio non è celebrato, ma contenuto, schermato, messo in sicurezza fino a sparire annegato nelle architetture contemporanee.
-------------------------
Il Tevere e l’Aniene si cercano, si sfiorano, si inseguono come linee d’acqua che disegnano una geografia viva, mai definitiva. È un’apoteosi liquida, ma non immobile: un equilibrio in tensione, come tutto ciò che a Roma resiste al tempo senza mai spostarsi davvero.
Accanto, il gesto umano si fa rito e disciplina. Dalle quinte ordinate dei Parioli la città scivola lentamente verso il vuoto progettato, fino a incontrare la Grande Moschea di Roma, dove il disegno di Paolo Portoghesi trasforma la discesa urbana in una soglia di pietra e luce. Qui il cemento armato non interrompe: accompagna, raccoglie, trattiene.
Lo sport, il respiro collettivo, la ripetizione dei corpi, convive con il silenzio ordinato della moschea dove il cemento armato tradisce la la sua durezza e diventa trama, albero, radice. Una architettura che non si impone: cresce.
Poi la città cambia passo, ma non direzione. Le architetture contemporanee si chiamano tra loro, come tappe di un racconto che non ha bisogno di essere spiegato. Una pista di bowling — inattesa, quasi laterale — apre il varco, segna una soglia minima e concreta, prima che il Villaggio Olimpico affiori come un arcipelago urbano, attraversato da memorie di competizione e quotidianità sospese.
Poco più in là, l’Auditorium Parco della Musica si offre come un nome che è già orientamento, un toponimo che è diventato destino.
E in questa traiettoria, il Palazzetto dello Sport vibra ancora, nervoso e perfetto, mentre le tre cave sonore di Renzo Piano raccolgono e restituiscono musica come fossero conchiglie urbane.
La strada allora accelera verso Ponte Milvio. La Via Flaminia si piega e si consegna al fiume, mentre il Ponte della Musica Armando Trovajoli tiene insieme ciò che Roma ama accostare: Federico Fellini e Armando Trovajoli, immagine e suono, sogno e partitura.
Poi si svolta. E Roma, come spesso accade, cambia pelle senza cambiare anima. La linea spezzata del MAXXI taglia lo spazio con decisione contemporanea, e proprio lì accanto il Mercato Rionale di Via Guido Reni restituisce misura e prossimità: voci basse, gesti ripetuti, una quotidianità che rimette a terra ogni slancio. Ma subito dopo la città si riallinea, si lascia affiancare dalla compostezza degli edifici borghesi, fino ad aprirsi nel respiro più largo di Piazza Mancini.
È qui che tutto si ricompone.
Non in una sintesi, ma in una convivenza.
Perché il Quadrante Nord non cerca armonia: la pratica, ogni giorno, nel modo più romano possibile — mettendo insieme tutto, senza mai davvero uniformarlo.

28/03/2026

Un mio articolo su Architetture E Città nel 3 Millennio

Indirizzo

Rome

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Ma che bella città pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi

Digitare