Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi Documentary photographer - Director - Filmmaker - Writer

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Bologna in fiamme per Fakir, 11 feriti: “Follia averlo permesso”Bianchi: “Antagonisti spariti durante il Covid, tornano ...
21/07/2026

Bologna in fiamme per Fakir, 11 feriti: “Follia averlo permesso”

Bianchi: “Antagonisti spariti durante il Covid, tornano ora”
A intervenire anche il giornalista Giorgio Bianchi, che ha collegato l’episodio alla campagna elettorale in corso, osservando come il presidio sia stato pensato per “solleticare le viscere” del proprio elettorato. Per Bianchi la mossa si è rivelata un boomerang politico, capace solo di “avvantaggiare la parte opposta” proprio a ridosso delle elezioni regionali. Il giornalista ha poi puntato il dito contro i cosiddetti antagonisti, definiti presenti “sempre nel momento opportuno” per generare disordini, ricordando come fossero rimasti del tutto assenti durante le restrizioni sanitarie della pandemia. Bianchi ha infine attribuito la crisi di consenso del sindaco alla gentrificazione della città, parlando di un errore politico “a monte” con conseguenze ormai difficili da contenere in vista del voto.

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Basta un dato, 15 miliardi di dollari, per capire quanto solida sia la relazione tra il presidente Usa Donald Trump e qu...
21/07/2026

Basta un dato, 15 miliardi di dollari, per capire quanto solida sia la relazione tra il presidente Usa Donald Trump e quello della Fifa, Gianni Infantino, a valle della conclusione della più vasta edizione della storia dei Mondiali di calcio.

Una Coppa del Mondo da record, 48 squadre partecipanti, per un risultato economico che da Zurigo dichiarano essere parimenti stellare: il valore economico della manifestazione è stato pari a circa 15 miliardi di dollari, secondo la Fifa, un aumento del 15% circa rispetto alle aspettative contando l’intero ciclo 2023-2026.

Per capire quanto sia stretto il rapporto tra USA e FIFA iscriviti al corso "Follow the Money" di Andrea Muratore



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21/07/2026

Dopo Gaza il genocidio ha un futuro (terrificante)

Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi, ci sono due possibilità. O i responsabili raggiungono il loro obiettivo come fu contro gli Herero in Namibia o gli armeni in Turchia, oppure una forza militare li ferma e ne consegue la giustizia come avvenne per l'Olocausto. Omer Bartov, professore israeliano di studi sull'Olocausto e sul genocidio alla Brown University, scrive sul New York Times che se i piani per Gaza dovessero andare avanti e Israele non sarà perseguito, il genocidio potrebbe essere considerato da alcune nazioni come legittimo. La prospettiva, sottolinea Bartov, è terrificante.

Alberto Negri

Lista-patacca dei “putiniani”: il Corriere deve risarcire Orsinidi Lorenzo Giarelli - Il Fatto QuotidianoIl quotidiano d...
21/07/2026

Lista-patacca dei “putiniani”: il Corriere deve risarcire Orsini
di Lorenzo Giarelli - Il Fatto Quotidiano
Il quotidiano descrisse un’organizzazione di propaganda pro Cremlino inesistente: 30 mila euro al prof diffamato

Putiniani d’Italia che non lo erano. Relazioni dei dossier che non esistevano. Una specie di spectre di propaganda del Cremlino che in realtà non era emersa in nessuna inchiesta. La prima sezione civile del Tribunale di Milano ha condannato i giornalisti del Corriere del Sera a risarcire quasi 30 mila euro al professor Alessandro Orsini, che nel giugno 2022 fu additato dal quotidiano di essere una sorta di cospirazionista filorusso. In attesa di eventuali ricorsi, c’è un primo verdetto: era diffamazione.

Il 5 giugno di quattro anni fa il Corriere pubblica un’inchiesta dal titolo: “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia”. Le firme sono tra le più autorevoli, ovvero Monica Guerzoni e la vice-direttrice Fiorenza Sarzanini. Il richiamo in prima pagina non lascia dubbi: “La mappa ricostruita dagli 007”. La foto di Orsini campeggia in bella vista, del resto è il bersaglio più facile e popolare. L’articolo riferisce di un’indagine svolta dal Copasir – il Comitato parlamentare che vigila sui Servizi – che aveva proprio l’obiettivo di individuare l’esistenza di una galassia filo putiniana intenta a influenzare l’opinione pubblica attraverso disinformazione e propaganda. I lettori del Corriere scoprono che si tratta di “una rete variegata e complessa” che “si attiva nei momenti chiave del conflitto”, una realtà “ormai ben radicata” che “allarma gli apparati di sicurezza” perché punta addirittura a “boicottare le scelte del governo”. Si dice che questa indagine del Copasir “è entrata nella fase cruciale”. Il nome di Orsini compare tra quelli che avrebbero “ripreso” tesi di propaganda del Cremlino.

Tutto materiale che il professore lamenta avere “carattere diffamatorio”, tanto che la firma del Fatto chiede 30 mila euro di risarcimento del danno all’editore Rcs, al direttore Luciano Fontana e alle autrici Guerzoni e Sarzanini.

Il tribunale nota come già nei giorni successivi alla pubblicazione le cose inizino a prendere un’altra piega. Adolfo Urso, alla guida del Copasir, smentisce subito qualunque indagine: “Il Comitato non ha mai condotto proprie indagini su presunti influencer e ha ricevuto solo questa mattina un report specifico che, per quanto ci riguarda, come sempre, resta classificato”. Dai Servizi, anche Franco Gabrielli nega: “Perdura una campagna diffamatoria circa una presunta attività di dossieraggio, in realtà inesistente”. Non solo: “Non compaiono in alcun tipo di investigazione i nominativi fatti dal giornale”.

Le giornaliste riferiscono di aver avuto accesso “ad altra e diversa informativa” attraverso “una fonte che richieste di restare riservata”. Ma di fronte al Tribunale, il Corriere “non ha fornito alcuna prova dell’apertura e pendenza dell’indagine dei Servizi riguardante anche la posizione di Orsini e del contenuto delle fonti consultate”. Un citato bollettino declassificato dal Dis, peraltro generico, non c’entrava nulla per stessa ammissione delle autrici. E perciò il Tribunale ha dato ragione a Orsini, rappresentato dagli avvocati Alessio La Pegna e Andrea Fiore. Secondo il giudice, “pubblicare e consentire la pubblicazione di un articolo che attribuisce all’Orsini la qualifica di membro di una Rete organizzata di filo putiniani finalizzata alla propaganda, alla controinformazione e, soprattutto, al boicottaggio del governo integra una condotta lesiva dell’immagine e della reputazione personale e professionale dello stesso”. Avere fonti anonime è sacrosanto, ma “non esonera le giornaliste dall’obbligo di controllo della veridicità”, al punto di “non pubblicare” le notizie qualora ci fosse stata una “impossibilità di svolgere il dovuto controllo”. In sintesi: non solo mancano prove a sostegno di un’indagine del Copasir su Orsini, ma pure su qualsiasi “partecipazione di quest’ultimo alla rete di disinformazione e boicottaggio”, qualora ne esistesse mai una.

Con queste premesse, il Tribunale riconosce una “effettiva e concreta ripercussione sulla reputazione e sull’immagine” di Orsini, risarcito con 27.500 euro più altri 5 mila per le spese processuali. Un punto fermo da non sottovalutare, visto che in quei mesi il professore si vide stracciare un contratto con la Rai (su spinta del Pd) e fu sconfessato dalla sua Università, la Luiss, che lo scaricò pubblicamente e chiuse il suo Osservatorio. Il più grande quotidiano italiano lo indicò al centro di un complotto putiniano. Non lo poteva fare, dice il Tribunale.

Il siparietto di Trump ai mondiali nasconde una verità scomoda sulla guerra | Giorgio Bianchi
20/07/2026

Il siparietto di Trump ai mondiali nasconde una verità scomoda sulla guerra | Giorgio Bianchi

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20/07/2026

Dopo aver consegnato la Coppa del Mondo a Rodri insieme a Infantino, Trump ha fatto quello che aveva già provato a fare al Mondiale per Club 2025 con il Chelsea: è rimasto lì, sorridente e gongolante, vicino ai giocatori spagnoli, nel tentativo di apparire in tutte le foto celebrative. Infantino, visibilmente imbarazzato, gli chiedeva timidamente di spostarsi per lasciare spazio alla squadra. Non è servito.

Alla fine ci ha pensato proprio Rodri, capitano della Spagna e miglior giocatore del torneo, ad accompagnarlo con garbo e fermezza fuori dall’inquadratura. Infantino gli è subito corso accanto, per non lasciarlo solo ai margini del palco.

Dopo la finale, Trump ha dichiarato ai giornalisti che "non c'è nessuna tensione con la Spagna", nonostante pochi giorni prima avesse minacciato di tagliare tutti i rapporti commerciali con Madrid. Per questa volta, a esser tagliato fuori è stato lui, seppur si trattasse solo di una foto.

Francamente ho l'impressione che la situazione stia sfuggendo rapidamente di mano. Le immagini (il filmato è disponibile...
20/07/2026

Francamente ho l'impressione che la situazione stia sfuggendo rapidamente di mano.

Le immagini (il filmato è disponibile online) dell'arresto e della contestuale uccisione di Abderrahim Fakir, un quarantaduenne di origine marocchina, lasciano solo due opzioni: o la polizia manda in pattuglia gente che dovrebbe rimanere dietro una scrivania, oppure qualcuno dall'alto gli ha fatto capire che in questo momento vale tutto (e che saranno comunque coperti).

L'autopsia farà chiarezza (speriamo) sulle cause della morte, ma un intervento in cui non si riesce a fare niente di meglio che mo***re in due su un soggetto da immobilizzare, restandoci sopra fino al decesso, è indice quantomeno di grave incapacità.

Personalmente credo sia in corso un'operazione orchestrata dall'alto per condurre la popolazione a concentrarsi sul tema "sicurezza" e a polarizzarsi.

Ogni giorno salta fuori un nuovo caso (viene mediaticamente esposto) e viene cucita una narrazione ad hoc, che deve creare un'opposizione insanabile tra un blocco di "autoritarismo Legge e Ordine" ed un blocco di "libertarismo antistatalista (A.C.A.B)".

L'autoritarismo lavora sulla paura, sul disagio, sul senso di esposizione di una parte della popolazione esposta alla microcriminalità e non protetta.

Il libertarismo antistatalista lavora sul senso di estraneità allo stato e promuove una strutturale diffidenza nei confronti delle istituzioni, presentate come intrinsecamente compromesse e irriformabili, come un nemico antropologico.

Ovviamente entrambe le posizioni l'autoritarismo e l'antistatalismo sono graditissime al potere reale e convivono magnificamente.

Se uno guarda alla società americana, ne ha un'immagine perfetta.

Non c'è film americano che non presenti il "Government" e le "National Agencies" come una perenne opaca minaccia sul cittadino, una forma di ottusa oppressione di cui diffidare in ogni istante e che è giusto definanziare.

Al contempo, il "paese della libertà" è il paese con la più grande parte di popolazione incarcerata al mondo (0,7% della popolazione USA è dietro le sbarre, contro lo 0,07% della Germania o lo 0,11% dell'Italia). E lo stile autoritario delle forze dell'ordine americane è internazionalmente noto (e, a quanto pare, sta facendo scuola anche da noi).

Le due istanze convivono nella società americana in forma polarizzata e inconciliabile, e si rinforzano reciprocamente, producendo come esito finale una società dove i ricchi si gestiscono la sicurezza privatamente e i poveri applaudono alla pena di morte.
Ed è lì che ci vogliono portare.

Andrea Zhok

La Spagna è campione del mondo per la seconda volta nella sua storia, e festeggia al MetLife Stadium dopo il successo su...
20/07/2026

La Spagna è campione del mondo per la seconda volta nella sua storia, e festeggia al MetLife Stadium dopo il successo sull'Argentina di Leo Messi. Il capitano Rodri riceve la Coppa dal presidente della Fifa Gianni Infantino e dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e il centrocampista spagnolo cerca di accompagnare Trump fuori dall'inquadratura della foto ma il presidente Usa rimane a scherzare con i giocatori delle Furie Rosse e si posiziona vicino alla squadra quando Rodri alza al cielo la Coppa con Infantino che cerca di portarlo via.

C’è un dettaglio poco noto nella genesi di Artificial Intelligence, il film che Steven Spielberg avrebbe poi diretto nel...
20/07/2026

C’è un dettaglio poco noto nella genesi di Artificial Intelligence, il film che Steven Spielberg avrebbe poi diretto nel 2001 a partire da un progetto lasciato incompiuto da Stanley Kubrick: tra il regista e i tre scrittori inglesi coinvolti nella sceneggiatura — Ian Watson, Sarah Maitland e Brian Aldiss, autore del racconto originale — il film non veniva mai chiamato “intelligenza artificiale”, ma “Pinocchio Project”, per l’ossessione di Kubrick nei confronti della storia del burattino di Collodi. È proprio da qui che parte “Stanley and Us”, il canale YouTube dedicato al lavoro dietro le quinte di Kubrick, con un primo episodio in quattro parti costruito su questo materiale inedito.

A raccontarlo è chi quel materiale lo ha visto da vicino: trent’anni passati a studiare Kubrick, tra visite a casa sua e decine di collaboratori intervistati, danno a Federico Greco la possibilità di correggere un pezzo di leggenda che circola da anni, quella secondo cui Kubrick, poco prima di morire, avrebbe chiesto esplicitamente a Spielberg di dirigere al posto suo Artificial Intelligence, limitandosi lui stesso al ruolo di produttore. Non è così, spiega Greco: il progetto era nelle mani di Kubrick da decenni, ben prima che si ponesse il problema di chi l’avrebbe girato.

Un lavoro ossessivo che Kubrick riservava anche ad altri progetti mai arrivati sullo schermo, a partire dal Napoleone a cui aveva dedicato — come ricorda Greco, reduce da un convegno tenuto proprio al Museo Napoleonico — un’intera biblioteca personale organizzata non per argomenti ma per anni, e ogni anno diviso in giorni: una ricostruzione tanto minuziosa da sapere “esattamente che cosa era successo ogni giorno della vita di Napoleone”.

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19/07/2026

Quando le parole diventano bombe
di Valentina Pazé - Il Fatto Quotidiano
I conflitti si combattono anche a colpi di propaganda, con un uso “specioso” dei termini: dallo stravolgimento dei significati al divieto di alcuni vocaboli nelle cronache dei giornali

“Ma la guerra portando via le comodità delle consuetudini di ogni giorno, è maestra di violenza e rende conforme alle circostanze l’indole dei più. Nelle città, dunque, infuriava la guerra civile (…).

Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza, la moderazione schermo alla codardia, e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte a ogni stimolo”.

(…) Oggi come ieri, quando Tucidide descriveva la caduta di ogni freno inibitore nella lotta fratricida tra gli abitanti di Corcira, la guerra, “maestra di violenza”, ha bisogno di cambiare il significato delle parole per rendere accettabile ciò che non lo è. Niente di cui stupirsi: sappiamo bene che la guerra si combatte anche con la propaganda. Attraverso un “uso specioso della parola” che può assumere forme diverse, dallo stravolgimento dei significati consolidati alla messa al bando di alcuni vocaboli nel contesto di particolari narrazioni.

Qualche tempo fa su Le Monde diplomatique, in un articolo dedicato a documentare le forti pressioni israeliane sui mezzi di informazione francesi, Alain Gresh osservava come la parola “bombardamento” non fosse mai stata usata in nessuna delle 74 pagine dedicate da Le Parisien a raccontare i fatti di Gaza (dall’8 ottobre al 20 dicembre 2023), e come lo stesso giornale sia riuscito a non mostrare mai, in quell’intervallo temporale, neanche un volto di un civile palestinese, a fronte della generosa copertura mediatica del dramma degli ostaggi israeliani e delle loro famiglie. In Italia, a marzo 2024, uno dei principali quotidiani di casa nostra, il Corriere della Sera, è riuscito a evocare nello stesso editoriale, in sequenza, lo “scempio inumano” di Hamas, la “carneficina” di Putin in Ucraina e le “operazioni a Gaza di Netanyahu” (quando i morti ammazzati dai soldati israeliani nella Striscia erano già più di 30 mila). “Da subito – ha osservato Raffaele Oriani – il linguaggio è stato terreno di conquista, e non solo in Italia”: in Gran Bretagna, una ricerca di Opendemocracy.net sul primo mese di copertura giornalistica di Bbc One rileva che la parola “assassinio” è stata usata 52 volte per le vittime israeliane, mai per le vittime palestinesi, mentre per la parola “massacro” lo sbilanciamento segna 35 a 1. (…) In generale, in questa “guerra” gli israeliani vengono uccisi, i palestinesi muoiono, e se al principe William scappa di dire che a Gaza “too many have been killed”, ci pensa l’Ansa a rimediare traducendo “troppi morti a Gaza”.

Ci sono poi le parole contese, o interdette, il cui uso è subordinato a una speciale autorizzazione. Due, in particolare, con riferimento a Gaza, sono state oggetto di straordinari stiracchiamenti semantici, degni di quelli che il mitico Procuste infliggeva alle proprie vittime: dilatata a dismisura, fino a coprire qualsiasi critica nei confronti delle politiche israeliane, “antisemitismo”; amputata fino a renderla utilizzabile solo ed esclusivamente per riferirsi allo sterminio degli ebrei nella Seconda guerra mondiale, “genocidio”.

(…) C’è una questione che non potremo evitare di affrontare nei prossimi mesi e anni: il ritorno in grande stile della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Un ritorno che per un verso sembra assumere la forma novecentesca del conflitto che si combatte sul campo, nelle trincee, con perdite ingenti di vite umane anche tra i soldati, alle quali capi di Stato e generali ci invitano ormai a prepararci, accettando il rischio di “perdere i nostri figli” in battaglia. Un ritorno che, per altro verso, avviene in un contesto profondamente mutato rispetto a quello delle due guerre mondiali: in un mondo pieno di testate nucleari e di armi rese letali dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi di geolocalizzazione satellitare. Un mondo, inoltre, in piena involuzione dal punto di vista politico, in cui la classica distinzione tra democrazie e autocrazie sfuma per lasciare il posto a una quantità di regimi ibridi, in cui parlamenti e istituzioni di garanzia contano sempre meno e decisioni cruciali da cui dipende il destino di milioni di persone sono appese agli umori instabili di politici megalomani e affaristi senza scrupoli. (…) Sono sotto gli occhi di tutti le violazioni plateali dell’ordine internazionale “liberale”, che già da tempo si reggeva sulla finzione di regole formalmente uguali per tutti, ma sostanzialmente piegate alle convenienze degli Stati egemoni. Alla tenuta di questo ordine proprio l’impunità assoluta garantita agli autori e ai complici del genocidio a Gaza ha inferto un colpo decisivo, forse mortale. Il che spiega l’ampio spazio dedicato in queste pagine alla Palestina, vero e proprio laboratorio di un futuro distopico, in cui tutti i comportamenti vietati dal diritto internazionale sono stati normalizzati: dall’assassinio di coloro con cui si sta fingendo di negoziare al bombardamento degli ospedali, dalla demolizione sistematica di abitazioni e infrastrutture civili alla pratica del double tap per massimizzare il bilancio dei morti includendo i soccorritori, fino al ricorso ad armi proibite come le bombe da una tonnellata sganciate in aree densamente popolate o quelle al fosforo bianco usate nel sud del Libano, dove Netanyahu dichiara senza timore di reazioni che intende replicare il “modello Gaza”. Per altro verso, le manifestazioni oceaniche di solidarietà con la Palestina e di sostegno alla Global Sumud Flotilla, nell’autunno del 2025, rappresentano un segnale di speranza e l’inizio, forse, di una reazione della società civile globale contro tutte le guerre. E tutti i re, e le regine, che le decidono.

(…) Trovare alternative alla violenza non è facile. Richiede impegno, capacità di mediazione, disponibilità all’ascolto e al compromesso: quella che dovrebbe essere la sostanza della politica, anche sul piano delle relazioni internazionali. Le alternative alla guerra ci sono, ma vanno cercate e costruite per tempo, con un’attenzione particolare alla prevenzione e alla costruzione delle condizioni strutturali della pace. Perché sarebbe davvero troppo pretendere un mondo pacifico e armonioso in presenza di abissali diseguaglianze e di muri e barriere che impediscono a gran parte dell’umanità di accedere alle risorse indispensabili per una vita dignitosa. (…) Se nel labirinto della storia la via verso la convivenza pacifica non è facile da trovare, ad aiutare gli sforzi di immaginazione può essere la consapevolezza che esistono “vie bloccate”: strade che non portano da nessuna parte (o, peggio, conducono sull’orlo dell’abisso) e vanno dunque escluse a priori, espunte dal novero delle possibilità. Era quanto sosteneva Norberto Bobbio negli anni sessanta, riferendosi alle guerre combattute con l’arma atomica. Oggi l’interdizione andrebbe estesa alla guerra tout court, sempre suscettibile di evolvere in conflitto nucleare. Mettere al bando la guerra, pensarla come una via bloccata. Sempre. Come la tortura, la pena di morte, la schiavitù. Brutture di altri tempi, da bandire dalla storia. È la condizione perché si aprano altre porte, si escogitino altri modi per risolvere le controversie internazionali. Cerchiamoli.

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