09/09/2016
"Non ho più notizie di me da tanto tempo" afferma Alda Merini in un suo noto aforisma e altrettanto potrei dire di me che non provvedo a questa pagina da molto.
Non è stata pigrizia o mancanza di ispirazione la mia, bensì l'impellente necessità di ricevere cure mediche che mi hanno salvato la vita, quando ormai tutto si riduceva ad una manciata di ore.
Di sicuro non ero preparato ad una notizia del genere, forse nessuno lo sarà mai. Ho trascorso quasi un mese in ospedale, un tempo lunghissimo in cui le giornate venivano cadenzate da ritmi imposti dalle terapie e da abitudini scomode da acquisire.
Ho conosciuto, visto entrare ed andar via molte persone ed ognuna aveva una storia, ognuna portava addosso la propria tragedia personale.
Ho avuto modo di riflettere a lungo sull'importanza che diamo alle cose e credo di aver rivisitato tutte le mie esperienze passate sotto un'altra prospettiva.
Poco tempo fa scrivevo di come nessuno esce da quel luogo nello stesso modo in cui vi è entrato.. cambia il valore che attribuiamo ad ogni piccolissimo gesto, le necessità diventano altre, le cose minuscole diventano le più importanti, si modificano e con esse anche i rapporti ed i legami.
L'idea di creare una sorta di racconto fotografico della mia avventura mi è balenata in mente una notte che non riuscivo a prendere sonno, infastidito dai molti rumori che mi arrecavano agitazione.
Ricevere il permesso di scattare all'interno della struttura che mi ospitava è stata una sorpresa che mi ha riempito di gioia e dato linfa vitale per andare avanti e così è nato una sorta di reportage della mia degenza tutto concentrato nei pochi metri del reparto di chirurgia, un "non spazio" che la mia fantasia ha ampliato in un continuo rincorrere la verità nascosta in quegli ambienti, negli oggetti del mio nuovo quotidiano, nella routine e dietro i molti vetri.
Il parallelo che si è creato con la farfalla dell'immagine per me è più che palese, per questo credo sia uno degli scatti più emblematici della mia esperienza appena trascorsa. Erano forse le 6 del mattino, fuori stava piovendo e quell'edificio nel quale entrambi ci sentivamo prigionieri era allo stesso modo ciò che ci permetteva di sopravvivere, mentre sia io che la farfalla osservavamo la realtà al di là della barriera trasparente che non ci concedeva di raggiungerla, nella speranza di superare la condizione nella quale eravamo immersi ed arrivare a volare in quel "fuori" che ai nostri occhi conservava il sapore della vita vera.