Il Narrautore di Bellezza

Il Narrautore di Bellezza Ritmo, Armonia e Attesa. Uno spazio sacro dove la fotografia amatoriale incontra il racconto.

[Parlando con un mio amico, mi disse che ha sua sorella che vive a Bergamo:
25/08/2026

[Parlando con un mio amico, mi disse che ha sua sorella che vive a Bergamo:

LA PANCHINAOgni volta che salgo in montagna, la mente spinge avanti. Cerca la cima, il pascolo aperto dove l’unico confi...
22/08/2026

LA PANCHINA
Ogni volta che salgo in montagna, la mente spinge avanti. Cerca la cima, il pascolo aperto dove l’unico confine è l’immaginazione, o magari quella baita dove fermarsi. Ma spesso la sosta del rifugio è solo illusione: c’è troppa confusione, un brusio continuo di parole inutili che le persone portano fin quassù, soffocando il silenzio e dimenticando la bellezza che le circonda.
Poi, lungo il sentiero, appare lei: La Panchina.
È lì, radicata nella terra, e ti fa una proposta che sa di sfida: siediti, ma taci. Pare facile. Per noi, che consumiamo la vita tra i corridoi e il cemento degli uffici, stare in silenzio è quasi un’arte dimenticata. Eppure la Panchina fa parte della Natura, ne è la porta d’ingresso.
Ti siedi. Non c’è nessuno intorno. I pensieri all’inizio ruotano ancora a vuoto, cercano l’orizzonte lontano. Ma la Panchina ti costringe ad abbassare lo sguardo, a guardare da vicino: la curva di un fiore, il volo improvviso di una farfalla, il passo lento di una mucca che bruca il pendio. Poi ti chiede di chiudere gli occhi.
È in quel momento che scatta qualcosa. I sensi si amplificano. L’aria, i suoni, l’odore dell’erba ti entrano dentro con una violenza dolce. Quelle assi di legno, all’apparenza dure e scomode, smettono di essere un oggetto: diventano una culla. La Natura ti prende tra le braccia come faceva tua madre da bambino, e ti porta via, in un’altra dimensione. Un brivido puro che ti corre sulla pelle e ti inchioda lì.
La Panchina non è solo un pezzo di legno: è il simbolo universale della Pausa, dell’Incontro, del Tempo ritrovato. Ti regala, senza chiedere nulla, un dialogo segreto con il mondo.
Quando è vuota sul pendio, non è abbandonata: custodisce un’attesa. Aspetta solo che qualcuno si sieda e, finalmente, impari ad ascoltare.

IL SOSPIRO DEL LAGOSull'Altopiano di Piné, il tempo rallenta e la natura parla. Camminando tra i sentieri, ci si immerge...
21/08/2026

IL SOSPIRO DEL LAGO

Sull'Altopiano di Piné, il tempo rallenta e la natura parla. Camminando tra i sentieri, ci si immerge nel respiro profondo e aromatico del bosco, un abbraccio verde che rigenera lo spirito. È un luogo dove la bellezza si svela con discrezione, ma porta con sé anche le cicatrici della storia: le tracce lasciate dalla tempesta Vaja sono ancora visibili, testimonianza silenziosa e resiliente di una forza che il tempo sta lentamente curando.
E poi ci sono i laghi, specchi d'acqua placidi e cristallini che cullano i pensieri e offrono rifugio a chi cerca quiete e contemplazione. Avvicinandosi alle loro rive, si può udire il loro sospiro leggero e costante, una melodia antica e rilassante che distende i sensi e allontana lo stress della vita quotidiana.
Un incantevole scenario fiabesco, dove il relax è un'esperienza autentica e rigenerante, un rifugio prezioso per chiunque desideri fuggire dal caos e dalla frenesia della vita moderna, dimenticando per un attimo le incombenze e le preoccupazioni di ogni giorno.
Anche per un breve soggiorno, un viaggio sull'Altopiano di Piné lascia un segno profondo e indelebile. Si torna a casa rigenerati e arricchiti, con il pensiero che vola spesso a quel luogo magico e incantato, un rifugio dell'anima che rimane impresso nella memoria e nel cuore, un sogno ad occhi aperti che invita a tornare.

Quando per una volta, le parole sono superflue: lasciatevi trasportare dalle emozioni❤️
20/08/2026

Quando per una volta, le parole sono superflue: lasciatevi trasportare dalle emozioni❤️

Nel cuore di Ondertol: tra frescura e memoriaCi sono giornate formate da un'intesa antica, quella con gli amici conosciu...
15/08/2026

Nel cuore di Ondertol: tra frescura e memoria
Ci sono giornate formate da un'intesa antica, quella con gli amici conosciuti sui banchi delle elementari e mai persi di vista. In cerca di sollievo dal caldo soffocante, la rotta si decide quasi per caso, guidati solo dalla curiosità per uno scatto intravisto sul web e dall'indicazione di una deviazione lungo la Statale 350.
La strada si fa stretta, si insinua nel verde fino ad aprirsi su un angolo inaspettato e deserto: una radura recintata, con la sua quiete a fare da rifugio. Poi la discesa ripida lungo il sentiero impervio verso il fondo del torrente, dove la luce s’incunea tra gli anfratti delle rocce illuminando questo angolo nascosto. Il fresco nebulizzato rigenera il viso; l'impatto con l'acqua gelida sui piedi scalzi scaccia in un istante mesi di calura.
Dopo il pranzo condiviso tra panini e birre, mentre la radura invita al riposo, la spinta a esplorare porta oltre. Ed è qui che la prospettiva cambia.
L'impatto con le vecchie strutture fa scattare una scintilla nella mente, trasportando di colpo il presente agli anni del '15-'18. D'improvviso l'aria sembra riempirsi di un cigolio metallico e ininterrotto: sopra la testa, lungo una linea di oltre sei chilometri che risaliva dal fondo della Val d'Adige verso Folgaria, scorrono i cavi dell'imponente teleferica pesante. Sotto, il passo lento e inesorabile di ragazzi giovanissimi a testa bassa, imbrigliati nei fucili e nei pensieri rivolti alle famiglie lontane. Tanti di loro, poco più che giovani con una vita intera ancora da scrivere, su questi versanti hanno lasciato ogni speranza e i loro anni migliori. Sui carrelli in transito per la stazione di Ondertol si sussegue la realtà cruda della guerra: vettovaglie, munizioni, materiali edili e i corpi rigidi dei feriti stretti alle sponde per non cadere nel vuoto.
Un brivido profondo che riporta all'importanza di questo avamposto di transito. Una memoria viva che la pelle percepisce nitidamente, mentre attorno la natura compie il suo corso inesorabile, riassorbendo la pietra e custodendo in silenzio quelle vite spezzate.
Rientrando verso la radura per riprendere la strada di casa, il ritorno al presente ha un sapore diverso. Si torna con qualcosa in più nello sguardo e nel cuore: la consapevolezza del passato e la felicità semplice, ma immensa, di essere stati ancora una volta insieme.

L’ECO DELLA PIANANel 1905 avevo appena sei anni. Ogni estate salivo dalla valle insieme a mio padre e al nostro piccolo ...
10/08/2026

L’ECO DELLA PIANA
Nel 1905 avevo appena sei anni. Ogni estate salivo dalla valle insieme a mio padre e al nostro piccolo bestiame, diretti agli alpeggi di Marcesina. Lassù avevamo un casone, una di quelle vecchie dimore in legno con il tetto in scandole (sostituito dalle lamiere solo dagli anni '20) che ci offriva riparo per la notte.
Che ricordi: non c'erano auto, solo carrarecce sterrate dove la polvere non si alzava per i motori, ma sotto gli zoccoli dei pastori e delle bestie. Ricordo ancora la sensazione d'incanto quando superavamo i primi boschi e la vallata si apriva all'improvviso. La mattina l'aria era pungente, a volte ci svegliavamo immersi nella nebbia prima di condurre gli animali nei prati del grande Altopiano.
Allora la foresta di abeti rossi era un regno fitto e selvaggio, popolato da caprioli, cervi, camosci, mufloni, linci e volpi. Di notte li sentivi muoversi nel buio, mentre vagavano liberi nella piana.
Alla sera quando tornavamo nel casone, stanchi dalla giornata dopo una cena a base di polenta e formaggio, mio padre mi raccontava le “Storie”. Una storia che mi piaceva era la leggenda di San Lorenzo e le Sanguaneghe. Attorno al focolare, con una luce che ci illuminava appena appena la stanza, mio padre iniziava la storia, con l’intento di farmi ve**re i brividi:

SEPTEM NIHIL: Nell'abisso di pietraLungo la strada ritorta che sale verso Ronda, la terra andalusa scompare e lascia spa...
08/08/2026

SEPTEM NIHIL: Nell'abisso di pietra

Lungo la strada ritorta che sale verso Ronda, la terra andalusa scompare e lascia spazio a una voragine. Poi, all’improvviso, ti travolge la sagoma inquietante di Setenil de las Bodegas. Non è un paese costruito dall'uomo: è un'impronta strappata con la forza alle viscere della terra. Per millenni, il fiume Guadalporcún ha scavato la montagna come un bisturi, e la gente del posto ha scelto di incastrare le proprie case direttamente dentro quelle fauci di roccia spalancate.
Nel momento esatto in cui ho spento il motore al parcheggio sottostante, il silenzio mi ha assalito. Mettere piede a Setenil significa passeggiare sotto miliardi di tonnellate di pietra sospese sulla testa, un soffitto colossale che ti sovrasta e sembra pronto a crollare da un momento all'altro. I residenti parlano con orgoglio di una "madre protettiva" che li abbraccia, ma la verità è un'altra: la sensazione primaria è quella di essere inghiottiti vivi, intrappolati in una trappola di calcare millenario.
Il nome stesso del borgo trasuda sangue, sudore e disperazione: Septem nihil. Sette volte nulla. Per sei volte le truppe cristiane si sono infrante contro questa fortezza nasride, respinte da una barriera di pietra che pareva maledetta, viva, inespugnabile. Solo al settimo, devastante assedio, nel 1484, il borgo capitolò. Tra queste crepe, se chiudi gli occhi, senti ancora il sapore della polvere da sparo e l'eco soffocato delle grida dei soldati caduti sotto le rocce.
E c'è un'ombra ancora più cupa che aleggia tra i vicoli: la leggenda narra che la regina Isabella la Cattolica, barricata qui durante l'assedio, abbia dato alla luce un figlio prematuro, strappato alla vita dopo pochi, disperati respiri nel gelo della caverna. Un lutto reale, un urlo di madre rimasto pietrificato nel tempo, in memoria del quale vennero poi innalzate la Iglesia de Nuestra Señora de la Encarnación e l'eremo di San Sebastiano.
La vera spaccatura psicologica la vivi attraversando il cuore del paese:
Calle Cuevas del Sol, baciata da una luce violenta che tenta invano di scacciare le ombre del passato.
Calle Cuevas de la Sombra, un tunnel cupo e oppressivo, inghiottito da una gigantesca volta di roccia che chiude il cielo. Qui la luce muore. L'aria crolla all'improvviso a 18 gradi, e un freddo innaturale ti attanaglia le spalle.
È varcando quel limite d'ombra che senti il vero brivido correrti lungo la schiena: la certezza quasi claustrofobica che non sei tu a visitare la montagna, ma è la pietra stessa che sta lentamente serrando la sua morsa su di te.

LA STRADA MAESTRA: UN CAMMINO DI PIETRA E ANIMA (Altopiano di Asiago)La storia della Strada Maestra non inizia con l’asf...
01/08/2026

LA STRADA MAESTRA: UN CAMMINO DI PIETRA E ANIMA (Altopiano di Asiago)

La storia della Strada Maestra non inizia con l’asfalto, ma con la pietra. Secoli fa, i coloni Cimbri arrivarono su questi altopiani portando con sé una forza antica: con enorme fatica spaccarono e modellarono maestosi lastroni calcarei, le Stoan Platten — comunemente dette Laste —, piantandole nel terreno con un’armonia rigorosa. Non erano semplici confini, ma dichiarazioni di appartenenza e solidi corridoi di luce posti a guardia dei pascoli, mentre il profilo del paese lentamente si rimpiccioliva alle spalle.
Avanzando lungo il percorso, la geometria di queste storiche Laste sembra farsi più stanca e umana. Le Stoan Platten si piegano dolcemente l’una verso l’altra, sorreggendosi a vicenda come vecchi contadini segnati dagli anni. È qui che il sentiero devia verso l’ombra accogliente di un grande frassino e di una solitaria panchina in legno. Quante processioni devozionali, oranti e canti, si sono fermate sotto queste fronde! Era il momento dell'attesa, del ristoro e della condivisione: un’oasi di rispetto dove i forti attendevano chi faticava nelle retrovie e dove il tempo rallentava, lasciando spazio ai racconti della comunità.
Ritrovato il passo, il cammino si trasforma in una striscia dorata di terra battuta che fende l'erba brillante dei pascoli. Solcato tra le antiche Laste da un lato e la modernità dall'altro, il percorso spalanca l'orizzonte verso le montagne e spinge la mente oltre i confini del villaggio. La via si fa spazio di meditazione e libertà: ci si allontana dalle routine quotidiane per ritrovare il silenzio, un silenzio profondo che non isola, ma unisce la fila dei viandanti.
Il cammino culmina infine nel punto più aperto dell'altopiano, laddove sorge la croce devozionale su un basamento di sassi e fiori di campo. Giunta qui, la processione si arresta: di fronte a quel simbolo semplice e solenne, la gente rimane letteralmente estasiata, avvolta da un senso di grazia e profonda commozione. È il momento dell'affidamento interiore, una preghiera corale che fonde la fede al paesaggio.
Sulla via del ritorno, immersa nella luce dorata del tardo pomeriggio, le Stoan Platten non appaiono più stanche, ma sagge. La Strada Maestra compie così la sua promessa: non è solo memoria cimbra o un nastro di terra tra i pascoli, ma un’unica, eterna via che riconduce all'unione con gli altri e alla pace con se stessi.

UNA VISIONE ANDALUSA – GRANADA(da Vacanze Andaluse) Il caldo di giugno è un muro denso. Alle spalle resta la rotta della...
22/07/2026

UNA VISIONE ANDALUSA – GRANADA
(da Vacanze Andaluse)

Il caldo di giugno è un muro denso. Alle spalle resta la rotta della costa, davanti l'orizzonte arido dell'Andalusia che sale verso le vette innevate della Sierra Nevada, dove la neve resiste come una memoria immobile.
E poi appare Granada.
Lassù, sulla rocca, l'Alcazaba e i giardini del Generalife dominano il vuoto. Ma varcare la soglia dell'Alhambra e addentrarsi nei Palazzi Nasridi non è un passaggio geografico: è un salto nel tempo.
L'impatto stordisce. Il rumore del mondo moderno crolla all'istante, inghiottito dal canto liquido dell'acqua che scende dalle montagne e scorre nei canali di pietra. Il mormorio delle fontane e degli zampilli si amplifica fino al Cortile dei Leoni, isolando lo spirito, mentre lo sguardo sale verso soffitti traforati come nidi d'ape che sembrano trattenere la luce e il silenzio.
Poi, l'aria si fa d'improvviso fredda.
Dalle aperture che si affacciano sulla Torre della Vela, il miraggio si compie. Non servono i secoli per misurare la distanza: il 1492 è qui, adesso.
Si percepisce l'ombra dell'ultimo sultano, Boabdil. È fiero, immobile sui bastioni, mentre guarda per l'ultima volta la distesa candida dell'Albaicín. Un impero intero gli si sbriciola tra le dita. Le sue lacrime non sono quelle di un vinto, ma il pianto disperato di chi vede spegnersi la propria luce. E nell'aria, spietata e immortale, risuona la voce di sua madre Aixa:
«Piangi come una donna per quello che non hai saputo difendere come un uomo.»
Poche ore. Il respiro di una civiltà millenaria cede al passo solenne e pesante dei Re Cattolici. Una croce d'argento ferisce il cielo, e la campana della Torre della Vela scaglia il suo rintocco sulla città.
Un solo, sordo rintocco. Non un suono, ma una lama che taglia il tempo in due: cancella i ritmi antichi della terra e consacra l'inizio di un nuovo mondo.
Ancora oggi, quando il vento attraversa quelle mura, la pietra trema. Non si ascolta il passato: si avverte la vertigine esatta di un'epoca che crolla per diventare eterno ricordo.

17/07/2026

Dietro ogni grande opera letteraria c'è spesso un lavoro di cura invisibile ma fondamentale. Se state lavorando a un manoscritto e cercate un editor professionale e certificato, vi consiglio di affidarvi a Giulia Poli. La sua competenza è una garanzia: il modo in cui sa valorizzare ogni pagina vi lascerà davvero entusiasti.
Per me ha fatto la revisione del mio libro "All'ombra del Carro" e devo dire che ha fatto un eccellente lavoro😊.

Di seguito allego la prefazione del mio libro a firma della Giulia Poli:

Prefazione "All'ombra del carro"

Ci sono opere che superano la semplice cronaca locale per trasformarsi in veri esperimenti di memoria. All'ombra del Carro appartiene a questa rara categoria. Valter Boaron conduce il lettore lungo un crinale dove la cronologia si spezza, trasformando il passato in un dialogo aperto con la modernità. Il Trecento carrarese e il nostro presente si osservano, si scontrano e si riflettono attraverso gli occhi di Francesco da Fratta, un soldato di ventura sessantenne che diventa custode di una stagione straordinaria.
L'originalità del progetto risiede nel cortocircuito narrativo. Non siamo di fronte a un saggio accademico o a un catalogo fotografico. Le immagini che il lettore stringe tra le mani sono le stesse «stampe» prodigiose che l'alchimista Michele Scotto mostra al Viandante nella stanza segreta del Castello di Monselice. La fotografia diventa così un frammento di futuro catapultato nel Medioevo. Questo espediente costringe a osservare piazze, mura e logge non per ciò che sono oggi, ma attraverso lo stupore e lo smarrimento di un testimone del 1366.
Nel corso delle tappe riaffiorano i nodi cruciali della signoria padovana. C'è il contrasto barocco di Piazzola sul Brenta che nasconde l'antico avamposto, la cinta fortificata di Cittadella ferita dagli scalpelli veneziani e l'eclissi temporale di una Padova che resiste alla peste. Il vero baricentro dell'opera resta però il legame tra l'uomo e lo spazio. La pietra conserva l'eco degli eventi. Le architetture custodiscono il respiro di chi le ha abitate. Ogni scatto è un invito a rallentare il passo, cogliendo i dettagli che sfuggono alla fretta contemporanea.
Boaron sceglie una prosa drammatica ed emotiva. Accompagna il lettore tra i sotterranei umidi del Lago delle Fanciulle e sotto l'oro del Battistero con la partecipazione di chi difende un'appartenenza. È un linguaggio che fonde il rigore della documentazione all'immaginazione poetica, restituendo ai luoghi una carne viva.
All'ombra del Carro difende il valore della memoria storica. Ci ricorda che il patrimonio di un territorio continua a esistere solo quando qualcuno accetta il rischio di raccontarlo. La ruota dei Carraresi, liscia o dentata che sia, ricomincia a girare tra queste pagine.
Auguro al lettore di varcare questa soglia con curiosità, lasciandosi sorprendere dalle visioni del Narrautore. Sotto il cielo di cobalto di Giotto, ogni viaggio rivela il suo senso profondo: non solo conoscere una vicenda, ma sentirsi parte del suo eterno ritorno.

Giulia Poli
Editor e curatrice editoriale

Indirizzo

1 Via Maggio
Spresiano
31027

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