04/12/2025
Negli ultimi due anni ho assistito con quanta velocità l’intelligenza artificiale, ha invaso il mondo dell’immagine. Fotografie, video, volti, voce, movimenti… tutto può essere generato, alterato, perfezionato. E soprattutto: tutto può essere falso. La distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è sta diventando sempre più sottile, quasi impercettibile. L’iper-esposizione della tecnologia ha trasformato la creazione visiva in un flusso incessante, senza pausa, senza preparazione, senza spazio per il dubbio o per l’errore. Eppure proprio in questo vortice ho avvertito qualcosa muoversi dentro di me: un desiderio urgente di verità. Non una verità assoluta o filosofica, ma quella concreta, tattile, quella che ha peso e imperfezioni. La verità che vibra in un istante reale, non simulato, non generato. Ho sentito la necessità di comunicare in modo più intimo, più pudico, più umano, tornando a guardare, osservare, aspettare, scegliere e magri sbagliare. E non sono l’unico. Lo vedo anche fuori dal mio lavoro: persone che cercano di rallentare, che tentano di sottrarsi alla corsa verso l’ignoto tecnologico, che desiderano recuperare una parte di sé rimasta indietro. Per questo ho deciso di compiere un gesto che per molti potrà sembrare controcorrente, quasi anacronistico. Mi sono fatto preparare da un amico una fotocamera iconica: la Polaroid SX-70 Alpha, un concentrato di ingegno e magia creato nei primi anni ’70. Una reflex istantanea capace di fare una sola cosa, ma farla con un’anima tutta sua. Ce l’ho tra le mani da dieci giorni e quello che provo è difficile da spiegare a chi non l’ha mai usata: pura emozione. La sensazione di un contatto con la fotografia che pensavo di aver perso. Ho dovuto rimettere in discussione concetti che credevo scolpiti: la luce – prima di tutto. Non la luce digitale dei sensori o dei monitor, ma la luce reale, imprevedibile, viva. Quella che devi osservare, capire, studiare prima di premere un tasto perché non hai seconde possibilità. E proprio questa responsabilità, questo limite, è diventato un piacere. Un ritorno al fascino dell’attesa, all’imperfezione che racconta più di mille algoritmi.
Con la SX-70 ogni scatto è unico. Non c’è anteprima. Non c’è editing. Non c’è riscatto. C’è solo un piccolo rettangolo di realtà che si sviluppa lentamente nelle tue mani. E la cosa sorprendente è che più uso questa macchina, più mi accorgo di quanto la modernità – con tutte le sue possibilità – abbia reso la mia relazione con l’immagine più sterile, più rapida, più scontata. L’istantaneità della Polaroid invece è diversa: non è velocità, è presenza. L’errore, il difetto, la casualità chimica: tutto diventa parte della storia.
Da qui nasce la mia volontà in futuro di studiare, progettare e realizzare alcuni lavori interamente dedicati alla SX-70. Non per nostalgia non per ribellione, ma per bisogno: il bisogno di recuperare un rapporto autentico con l’immagine, con il tempo, con il senso stesso di quello che faccio come fotografo. Forse rallentare non è un lusso, forse è un atto necessario.
Un modo per ricordarci che prima delle tecnologie perfette, siamo stati esseri umani imperfetti e che in quella imperfezione c’era e c’è ancora qualcosa di profondamente vero.