16/11/2025
Quando le famiglie aprono la porta del mio studio, mi si ferma il respiro. Non per la luce. Non per la scena. Ma per quel qualcosa che sento sempre quando entrano le famiglie… e che ogni volta mi spacca il petto in due.
Non so spiegarti cos’è. È un odore, un ricordo, un nodo… un salto indietro. È come se il Natale della mia infanzia si svegliasse all’improvviso dentro di me. In quel momento… io non sono più Nicoleta, la fotografa. Sono la bambina con i capelli corti e il pigiama di flanella. Quella che correva verso l’albero mentre la mamma sgridava: “Metti le ciabatte! Che ti raffreddi!”. Sono tornata alle mattine in cui mio papà cercava l’alberello di Natale, sempre lo stesso, sempre rovinato, ma quando era pronto…il mondo faceva pace.
Poi l’immagine si è sporcata di realtà. Perché molte di quelle voci oggi non ci sono più. Molte di quelle mani non posso più stringerle. E ogni volta che vedo una famiglia abbracciarsi nel mio studio, una parte di me sente mancare qualcuno, e un’altra parte ringrazia che ci siano ancora persone che vivono adesso quello che io posso solo ricordare. Il bambino è salito sul tappeto di neve finta, ha toccato una pallina e ha fatto quel suono buffo, quello che rompe il cuore senza chiedere permesso. La mamma l’ha guardato come se il tempo, per un attimo, si fosse inginocchiato davanti a loro. Il papà, dietro, ha fatto quel respiro che solo chi ama davvero sa fare. E io…da dietro la macchina fotografica…ho sentito gli occhi bruciare. Non perché stavo scattando. Ma perché stavo ricordando.
Ricordando che ci sono Natali che non torneranno più. Persone che non torneranno più. Case che non saranno mai più uguali. E momenti che, se non li salvi adesso, scappano. Ti cadono tra le dita. E te ne accorgi quando ormai è tardi. (Non perderti il prossimo post se vuoi finire di leggere la mia storia). ❤️