31/03/2026
Il crepuscolo dell'umanità nella Morte che diventa Celebrazione.
È lacerante dover constatare che, al giorno d'oggi, ci sono paesi che istituiscono la pena di morte e ne gioiscono come se il mondo non vedesse altra soluzione se non quella di sprofondare, con delirante compiacimento, in una spirale di violenza e immoralità incontrollata.
C’è un’amarezza sottile e gelida nel constatare che, in un secolo che credevamo illuminato dal progresso e dai diritti, il mondo sembri invece ripiegarsi su se stesso, cercando sempre e soltanto risposte nel sangue.
Assistere all'approvazione della pena di morte in Israele per i prigionieri palestinesi accusati di terrorismo, nella più vile ed esecrabile espressione di una logica spietata del doppio peso e della doppia misura, non è solo una sconfitta giuridica; è il segnale di un’eclissi morale che dovrebbe farci tremare. Ciò che spaventa non è solo l’atto della condanna in sé, ma la macabra esultanza che lo accompagna.
Quando un popolo o un governo gioiscono per la morte di un essere umano, significa che abbiamo smarrito la bussola dell'empatia.
È l'illusione che la presunta "giustizia", mai così opinabile come in questo momento, possa coincidere con la vendetta, che il male, presunto o reale che sia, possa essere curato con altro male.
È il trionfo dell'immoralità travestito da ordine pubblico.
Se la morte diventa un trofeo da esibire e la fine di una vita un motivo di festa, allora il mondo sta davvero indietreggiando verso le sue ere più buie. Non è giustizia quella che si celebra con il boia; è solo la resa definitiva dell'umanità davanti alla propria incapacità di essere civile.
In questo scenario, siamo tutti chiamati ad un dovere preciso, quello di comunicare, che sia attraverso una lente, una penna o il racconto di un territorio. Poiché non ci si può permettere il lusso dell'indifferenza. Restare in silenzio di fronte al ritorno di pratiche che credevamo sepolte dalla storia, significa accettare passivamente che la linea del progresso umano venga spezzata. Ricordiamo a noi stessi che ogni diritto conquistato è tanto fragile e che la civiltà non è un traguardo scontato, ma un esercizio quotidiano di umanità .